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martedì 30 novembre 2010

Parole sporche: "Il ricatto"


Lorenzo Guadagnucci racconta come si forma un immaginario xenofobo attraverso l'uso di parole sporche: Clandestino, extracomunitario, vu cumprà, nomade, zingaro, che sarebbero da mettere all'indice nella comunicazione.

Un pensiero sbagliato si esprime in parole sbagliate e l'uso di parole sbagliate dà forma ad un pensiero sbagliato. Le due cose, secondo me, sono legate.

A volte questo uso è specifico. Penso a come Pierferdinando Casini, ospite ad Annozero (11.11.2010), ha definito la protesta degli immigrati di Brescia saliti sulla gru per rivendicare il permesso di soggiorno dopo aver pagato i contributi convinti da uno dei tanti annunci del governo poi smentiti di potersi regolarizzare. Lo ha definito: "ricatto". La parola è adeguata per descrivere la protesta?  A me sembra proprio di no.

Io ti ricatto, se minaccio di farti un danno, a meno che tu non faccia quel che ti chiedo. Minaccio un tuo diritto per estorcerti qualcosa che non corrisponde al tuo dovere. Gli immigrati sulla gru hanno minacciato i diritti di qualcuno? No. Hanno soltanto difeso i propri. Non è dovere dello stato garantire la regolarità del lavoro e dunque dei rapporti contrattuali? Garantire uno status giuridico ad ogni lavoratore? Ad ogni persona?Secondo me, si. Quindi con una protesta, è stato chiesto qualcosa che corrisponde ad un dovere. Ed è stato chiesto facendo violenza su se stessi. Solo per poter essere presi in considerazione. Mettendo a repentaglio la propria vita, la propria incolumità. Se non avevano intenzione di buttarsi giù, certo potevano cadere.

Se questo è un ricatto, allora qualsiasi protesta, sciopero, sciopero della fame, è un ricatto. I curdi che si danno fuoco davanti alle ambasciate turche o direttamente in Turchia per chiedere il riconoscimento della propria nazionalità, sono dei ricattatori. E' plausibile?

Piuttosto vedrei un ricattatore in Marchionne, quando dice: io ti tolgo il lavoro (che è un diritto) se tu non lavori al ritmo che dico io, rinunciando ai tuoi diritti sindacali e costituzionali (rinuncia che non è un dovere).Ma guarda caso, in questo caso Casini sta con Marchionne.

venerdì 12 novembre 2010

Caro xenofobo...

Dici di voler togliere la linfa vitale al potere, senza metterti contro il potere, mentre io farei il contrario. La linfa vitale sarebbero quelle persone che giungono qui da altri paesi ad ingrossare le file dell'esercito industriale di riserva, abbassando il costo del lavoro e favorirne lo sfruttamento.

Tu puoi fare questo? Tu chi sei? Un comune cittadino o gli xenofobi al governo? Se sei soltanto un comune cittadino, puoi fare ben poco, se non delegare il tuo consenso ad altri perchè facciano quello che vorresti. I tuoi referenti/rappresentanti sono il Pdl e la Lega. Questi tolgono la linfa vitale a qualcuno? No, la fanno solo girare. Le politiche xenofobe non servono per impedire che ci siano milioni di immigrati. Servono solo per impedire che siano sempre gli stessi. Servono per farli ruotare, in modo che lavorino per noi, senza avere i nostri diritti. Appoggiando queste politiche, appoggi il peggior dumping sociale.

Anch'io posso fare ben poco. E per di più delego il mio consenso a chi non riesce neppure a farsi eleggere in parlamento. Non vedo perciò cosa possa dipendere da me o dai miei rappresentati. Se tutto dipendesse da me, nel mio mondo ideale, nessuno avrebbe bisogno di emigrare. Se qualcosa dipendesse da me in questo mondo reale, potrei intervenire soltanto per correggere.

Una correzione è tale se va nel senso della praticabilità e dell'equilibrio. Una correzione non sarebbe tale se creasse ancora più squilibrio, cioè se creasse ancora più diseguaglianza di quella già esistente. Dunque, se ci sono gli immigrati, poveri, sfruttabili, facilmente ricattabili, l'unica correzione che riesco a vedere è quella di regolarizzarli, in modo che possano cercarsi legalmente un lavoro, avere un contratto, avere gli stessi diritti, così da diventare non concorrenti, ma alleati degli altri lavoratori. La differenza tra l’essere regolare e l’essere irregolare non è astratta. Il punto di partenza può essere lo stesso. Ma l’irregolare è condannato a restare sempre fermo al punto di partenza.

L'altra strada, quella del respingimento, predicata dagli xenofobi, in realtà pratica il turn over: il peggio. Sia per gli immigrati, sia per i lavoratori autoctoni. Inoltre è una misura squilibrante. Sia perchè aggrava la diseguaglianza. Sia perchè si immagina un mondo ideale nel senso dell'ingiustizia. Si, perchè non solo i giusti sono idealisti. Lo sanno essere anche gli ingiusti.

Ora, tu non sei esattamente un ingiusto (pur avendo molti tratti dello stronzo). Sei un razzista genuino, nel significato estensivo, xenofobo del termine. Sei uno a cui gli stranieri non piacciono. Ti attacchi a questo o a quell'argomento, ma la sostanza è che a te non va di vedere in giro neri e mediorientali e di sentir parlare romeno, albanese. E' una cosa che ti fa repulsione. Lo si capisce, non solo dalla disumanità con cui parli di quelle persone, senza neanche riconoscere che sono persone, ma dal modo in cui ti appassioni alle dispute simboliche. Uno che va dietro al divieto del burqa, del burkini, della costruzione di moschee e minareti, in realtà, del potere d'acquisto, del dumping, della disoccupazione, non gliene importa nulla. Un pretesto vale l'altro. Poi, può succederti di avere rapporti cordiali con i singoli. La xenofobia è una psico-ideologia. Non si materializza direttamente nei rapporti interpersonali, dove nella mente xenofoba si materializza invece l’eccezione: se tutti gli stranieri, i gay, gli ebrei, i comunisti, le donne, i meridionali, etc, etc... fossero come te!

Ma facciamo finta che i tuoi discorsi si ispirino ad una qualche razionalità economica. E che tu voglia tenere a casa loro gli stranieri, per proteggere dalla concorrenza le categorie nostrane. Puoi seriamente immaginarti un mondo in cui alcuni popoli, la maggioranza, stanno fermi, ed altri popoli, i più ricchi, la minoranza, vanno dove vogliono? Puoi immaginarti una globalizzazione a senso unico? Gli ingiusti idealisti se la sono immaginata, però non funziona. Se tu porti le tue imprese a competere nelle praterie altrui, gli altri portano la manodopera a competere nella tua. Mi sembra il minimo. Non basta dire che i nostri imprenditori non devono assumere stranieri in Italia. Bisogna anche dire che non devono assumere stranieri all'estero. Non devono andare in Romania, nè in Cina, nè in Brasile. Da nessuna parte. Perchè se vanno da qualche parte, qualcuno da quella parte viene qui. Quarantamila imprenditori italiani in Romania? Centinaia di migliaia di lavoratori romeni in Italia. Funziona così. Sei consapevole che funziona così? Gli altri sono più poveri, ma non sono deficienti.

Allora, potresti usare la tua (immaginaria) razionalità economica, per capire che mondo vuoi. Che equilibrio vuoi tendenzialmente realizzare. Mi sembra che tu non voglia il socialismo. Quindi, vuoi un qualche modello di capitalismo. Un mondo globalizzato, liberale? O un mondo fatto di tante nazioni protezioniste e autarchiche: ciascuno sta a casa sua, produce a casa sua, commercia a casa sua, lavora a casa sua, studia a casa sua, va in vacanza a casa sua, etc. E poi valuta, se in questo mondo, nei nostri confini nazionali in cui nessuno mette il naso fuori da dentro nè dentro da fuori, staremmo meglio, saremmo più ricchi, con salari più alti e tutti felici di pagare i parrucchieri venti euro e gli idraulici dai 50 euro l'ora in sù.

giovedì 11 novembre 2010

Non possiamo più accogliere nessuno?

Per farmi intendere i limiti dell'accoglienza, mi è stato posto questo dilemma. Tu sei in ospedale, ti arrivano 6 persone morse da serpenti a sonagli. Tu hai solo 3 antidoti. Lo dai a 3 persone e le salvi, sacrificando le altre 3 (che potranno cercare fortuna negli altri 190 paesi della terra). Oppure lo dividi per tutti e sei e li lasci morire tutti?

La verità è che la risposta non la conosco. Dovrei trovarmi nella situazione, perchè sarebbe una scelta tremenda. Una scelta nella quale il dato razionale dovrebbe accordarsi con il dato intuitivo. Rispetto alla difficoltà di risoluzione, è come l'esempio del carello che corre sui binari davanti ad un bivio. Sul binario di destra ci sono cinque operai, su quello di sinistra ce n'è uno solo. Tu hai la mano sulla leva del cambio e puoi decidere la direzione del carrello, ma non puoi fare nulla per arrestarlo. Cosa fai? La maggioranzea delle persone risponde che devierà il carrello sul binario di sinistra, così morira un solo operaio. Poi però c'è la variante di questo dilemma. Il carello corre lungo un solo binario contro cinque operai. Sei su un ponte sopra il binario. Se riuscissi a buttare sul binario un macigno, fermeresti il carello. Ma sul ponte non c'è nessun macigno, nessun oggetto che possa fare da ostacolo, soltanto un uomo molto grosso che si sporge per vedere. Basterebbe una tua spinta per buttarlo giù sui binari e fermare il carello. Qui la maggioranza risponde che non butterebbe giù quell'uomo. Eppure è di nuovo e sempre la vita di uno contro la vita di cinque.

Come si vede non è una mera questione di ragioneria. Si può sempre dire che la vita di uno vale meno della vita di cinque? E se quell'uno fosse un bambino? Forse io, nella situazione del primo dilemma, darei la precedenza alle donne (se ve ne fossero), oppure ai più giovani. Oppure a quelli che hanno maggiore probabilità di salvarsi. Se li conosco, magari sceglierei in base al carattere. Non lo so. Di certo non sceglierei in base all'identità nazionale. Qualunque scelta dovessi fare, mi costerebbe enorme sofferenza e infiniti sensi di colpa. Dopo, non credo proprio andrei in giro a vantarmi di essere una persona pratica.

Ciò detto, questo dilemma messo in relazione al tema dell'accoglienza degli stranieri, corrisponde effettivamente alla realtà? Davvero le risorse sono limitate, è possibile solo dividerle e se sono poche qualcuno per forza deve rinunciare? E' socialmente sostenibile che rinunci la maggioranza del mondo? Noi viviamo nel mondo ricco, grande un quinto, che consuma per quattro quinti. Possiamo raccontarci di respingere il resto dell'umanità per poter sopravvivere: ai nostri livelli di consumo! E' un discorso moralista? Si, ma è indubbio che l'immigrazione sia un correttivo alle diseguaglianze e che la diseguaglianza, oltre un certo livello, sia anche una questione morale. Se si pensa di poter ragionare sui limiti dell'accoglienza e della condivisione, a maggior ragione bisogna ragionare sui limiti della diseguaglianza.

Italia-Libia, governo battuto sui diritti umani

Il governo va sotto: 274 a 261. Futuro e Libertà ha votato insieme alle opposizioni (Pd, Udc, Italia dei Valori) una mozione del deputato radicale Matteo Mecacci nel quale ci si limita a chiedere che il governo «solleciti» Tripoli a ratificare la Convenzione Onu sui rifugiati e a riaprire l´ufficio delle Nazioni Unite per garantire agli immigrati respinti un rispetto minimo dei diritti umani. Una revisione del Trattato resa urgente anche da quanto accaduto al peschereccio mitragliato da una delle sei motovedette regalate proprio dal nostro paese alla Libia.

Ignazio La Russa e Fabrizio Chicchito attaccano i finiani a cui attribuiscono «la responsabilità del ritorno dei barconi e dei clandestini». Il ministro degli Esteri Frattini arriva a dire che per colpa di Fli l'´Italia esce dal solco della politica Ue nei confronti di Tripoli «aprendo le porte a tutti» («in realtà il mancato rispetto dei diritti umani è proprio l´ostacolo principale per un accordo Ue-Libia», ricorda il pd Sandro Gozi).

Una ritorsione propagandistica, quella del Pdl, che di fatto ammette l'impossibilità di respingere gli sbarchi in collaborazione con la Libia senza violare i diritti umani e l'indifferenza del governo in questa materia: il rispetto dei diritti umani non è una priorità, nè una precondizione.

I giornali si concentrano sul significato politico del voto - la maggioranza non c'è più - l'avvio della crisi di governo e della campagna elettorale, dando per scontata la strumentalità dell'oggetto del contendere oppure lasciandolo sullo sfondo. Bisogna però ricordare di cosa si tratta.

Centinaia, forse migliaia di persone richiedenti asilo intercettate nelle acque del Mediterraneo e deportate forzatamente in Libia senza valutare la loro situazione individuale e il loro bisogno di protezione internazionale. Recluse per mesi, alcuni per anni, nel centro di detenzione di Misratah e in altri centri del paese in condizioni ancora peggiori. Sovraffollamento, nessun rispetto della privacy, servzi sanitari insufficienti, costretti a dormire sul pavimento. Maltrattati con pene corporali e torture inflitte dalla polizia libica. Espulsi verso paesi in cui rischiano la tortura e la morte. La Libia non ha un sistema d'asilo funzionante ed ha espulso l'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr).


Riferimenti:
Amnesty - Visita in Italia del leader libico Muhammar Gheddafi - CS079: 09/06/2009

mercoledì 10 novembre 2010

Le culture cambiano

Non nego le differenze culturali tra un popolo e l'altro. Nego che siano statitiche. Nego che siano il principio di tutte le cose (sistema economico, politico, sociale), penso semmai il contrario. Nego che determinino inevitabilmente e irrimediabilmente l'identità di ogni individuo. Di conseguenza sono contrario a stabilire regole ad culturam.

Se i nostrani "teorici" del conflitto di civiltà, della esistenza delle faglie di civiltà, delle incompatibilità culturali provassero a definire la "cultura italiana", il concetto di "italianità", sarebbero poi i primi a volersene differenziare. Ma intanto sarebbe interessante conoscerla questa definizione: cosa è l'italianità? Come la definizione di qualsiasi altra identità culturale nazionale.

L'elezione di un gay al governo del paese è possibile in Italia e non, per esempio, in Aurabia Saudita. E questa sola diversa possibilità esprimerebbe tutta la differenza culturale tra due mondi. Ma anche in Italia, la nomina di un gay noto e dichiarato (poichè vi sarebbero i precedenti ignoti di Mariano Rumor e di Emilio Colombo) a presidente del consiglio è stata una cosa impossibile fino a ieri. Oggi sembra possibile, pure sull'onda di un altro evento esogeno straordinario, che fino a ieri sembrava impossibile: l'elezione di un nero alla presidenza degli Stati Uniti.

Se andiamo a riascoltare i primi commenti all'annuncio della candidatura di Obama, vedremo che non ci credeva nessuno. Le cose cambiano, le storie cambiano, i paesi cambiano, le persone cambiano.

L'universalismo xenofobo

Esiste un universalismo xenofobo. Capita, discutendo con un leghista o con qualsiasi persona ostile agli stranieri di citare il nostro passato di emigranti. Come a dire: non possiamo riversare sulle persone provenienti dall'est e dal sud del mondo, i pregiudizi, le discriminazioni, la violenza che subirono i nostri nonni immigrati in settentrione, o in Europa, in America, in Australia (ancora oggi nel Ticino contro i lombardi). Un'analogia morale che punta sull'identificazione nazionale. Non facciamo agli altri quel che non avremmo voluto fosse fatto a noi. Noi, italiani.

Ma ecco che gli italiani, messi a confronto in terra straniera con gli svizzeri, i tedeschi, i belgi, i francesi, gli americani, diventano simili ai marocchini, agli albanesi, ai romeni e perciò diversi dal nostro xenofobo autoctono. Egli, prima di essere italiano è un autoctono che si difende dagli stranieri. Nelle storie del passato, parteggia per i suoi simili. Non gli italiani, bensì gli autoctoni, compresi quelli anti-italiani.

Se esistono una identità, una cultura, non sono date dal legame di sangue, dallo stesso ceppo etnico, dalla comune credenza religiosa, ma dalla posizione in una gerarchia sociale e dal modo di relazionarsi con chi sta sopra e chi sta sotto. Xenofobi di tutto il mondo unitevi. Anzi, riunitevi e fatevi il vostro stato.

Citazioni omofobe


Nel post precedente, ho citato a memoria alcune battute, alcuni episodi di chiaro segno omofobo, aventi come protagonista una serie di esponenti di destra. Avessi fatto un minimo di ricerca avrei trovato un elenco di citazioni già bello e pronto sull'ottimo Metilparaben. Alcune - ahimé - anche di "sinistra".

E' molto vero, purtroppo, non è solo Berlusconi. Non per nulla si esprime come si esprime, pensando di avere la maggioranza dalla sua parte. Devo però dire che trovo forzato l'accostamento di alcune frasi, anche se negative, ad altre sotto il cappello della pura e semplice omofobia.

Un conto sono le opinioni espresse su un tema politico all'ordine del giorno, magari sollecitate da una precisa domanda a cui non ci si può sottrarre - e forse lo si preferirebbe - in cui si esprime un orientamento contrario all'adozione dei bambini e al matrimonio delle coppie omosessuali, per convinzione o per un presunto senso dell'opportunità, al fine di evitare un conflitto con i cattolici.

Altra cosa è esprimere gratuitamente e di propria iniziativa battute insultanti e dileggianti contro gli omosessuali, al fine di risvegliare, eccitare, e coalizzare intorno a se tutta la subcultura reazionaria e machista del paese.

giovedì 4 novembre 2010

L'omofobia di Berlusconi



Per trarsi d'impaccio dal Rubygate, Silvio Berlusconi ha dichiarato che "è meglio avere la passione per le ragazze che essere omosessuali". Che dire? Se fossi gay non me ne vergognerei. O meglio, cercherei di non vergognarmene, avendo la percezione che gran parte del contesto mi suggerisca il contrario, quanto meno di non ostentare. Ma finora sono stato solo eterosessuale e non mi sono posto il problema. Non avendo mai (per ora) vissuto nè ricercato esperienze omosessuali, non sono in grado di fare il confronto tra una situazione e l'altra, per dire quale sia meglio. Il presidente del consiglio ha molta più vita ed esperienza di me. Magari ha ragione e sa di cosa parla. Ma resta il fatto che quel che ha detto è inopportuno ed ha una forte valenza offensiva. Tra due cose, se una è meglio, l'altra è peggio. E' un giudizio di valore. Fosse pure fondato sull'esperienza personale, rimane troppo somigliante ad un pregiudizio. Il vecchio pregiudizio omofobo. Storico tratto identitario della destra tradizionale.

Un tempo erano i fascisti a distinguersi per battute omofobe. Storace, dì qualcosa di destra. E lui: "Ah froci!" Autoironico e azzeccato. Sempre Storace, stavolta serio, durante una rissa in parlamento, rivolto a Mauro Paissan (credo nel 1995): "Non toccarmi con le tue unghie da checca". Per commentare la bocciatura di Buttiglione a commissario europeo, nel 2004, Mirko Tremaglia dichiarò "Povera Europa: i culattoni sono in maggioranza". Gianfranco Fini, quando ancora non era evoluto, proponeva di escludere gli omossessuali dall'insegnamento nella scuola elementare. Dibattendo con Luxuria, Alessandra Mussolini ebbe modo di esclamare: "Meglio fascista che frocio!". Di recente, Buttiglione ha filosofeggiato sull'essere  omosessuali oggettivamente e moralmente sbagliato: come non pagare le tasse. Un cantante a lui molto prossimo, Povia, cantò due anni fa a Sanremo, una canzone dedicata alla "cura" degli omosessuali: "Luca era gay". In un altra conferenza stampa, Berlusconi disse che "noi non siamo mica dell'altra parte". Il "trattamento Boffo", la campagna del Giornale di famiglia contro il Direttore dell'Avvenire era incentrata sulla presunta identità omosessuale della persona presa a bersaglio. Ecco, ho citato solo i fatti e le battute che  ricordo, senza fare alcuna ricerca. Diversamente, invece di scrivere il paragrafo di un post, potrei scrivere un intero blog. Questo è il background di buona parte della nostra destra. Il disprezzo per i gay, cioè per l'uomo che si fa donna, e dunque il disprezzo per la donna. Sessismo e omofobia a braccetto, nelle battute, nei modi di pensare, nello stile di vita.

Una linea di difesa consueta è quella di Vittorio Sgarbi: ormai le battute sui gay si possono fare, tanto la discriminazione non esiste più. Ma una volta si facevano proprio perchè c'era. Sarebbe come dire: dato che non ci sono più lo schiavismo e la segregazione, possiamo permetterci di essere razzisti, dato che non ci sono più i pogrom e le persecuzioni, possiamo permetterci di essere antisemiti, dato che non c'è più la discriminazione della donna, possiamo essere misogini. L'essere pari sostituito all'essere dispari come buon motivo per infierire. Pari o dispari, stessa solfa. D'altronde quel'infierire non è mai solo una conclusione, ma soprattutto un presupposto fondante, viene prima, è un pre-giudizio. Si cala a priori in qualsiasi mondo. 

Ma davvero non c'è più la discriminazione? Basti leggere le battute sopra citate. Gli eterosessuali in quanto tali si sono mai beccati qualcosa di simile? Si sono mai dovuti vergognare di fronte a se stessi, ai propri genitori, alla propria famiglia, nel rivelarsi? Sono mai stati dileggiati a scuola o dagli amici? Hanno mai avuto paura di camminare per mano con una ragazza, di abbracciarla, di baciarla, per il solo fatto che fosse una ragazza? Hanno mai subito un'aggressione per il loro orientamento sessuale? Un licenziamento? Si sono mai sentiti insultare da questo o quel personaggio pubblico e persino dal capo del governo? Questa differenza cosa è se non discriminazione?

Certo, l'omofobia berlusconiana non è odio e ostilità. E' un sentimento di disprezzo "leggero", ma pervasivo, fa da sottofondo, è un'atmosfera. Un disprezzo tacito, implicito, che può persino conciliarsi con la simpatia, come succede a molti di noi con gli animali domestici. Non gli riconosciamo la nostra stessa dignità, ma li amiamo e li proteggiamo. Allo stesso modo funzionano la misoginia e l'omofobia prevalenti. Un omosessuale può pure farmi da portavoce o da fenomeno di baraccone nelle mie televisioni, anzi ben venga. Poi se torna utile, in un paese tendenzialmente maschilista, l'omofobia posso usarla come collante, per richiamare a me e mobilitare quel che c'è di reazionario nel paese. L'omofobia come l'anticomunismo. Nichi Vendola, suo probabile antagonista alle prossime elezioni, materializza entrambi gli spettri. Una battuta calcolata dice Paolo Guzzanti. Più probabilmente un calcolo istintivo. A destra, almeno in questa destra berlusconiana, la testa e la pancia sembrano accordarsi naturalmente, senza trovarsi mai in contraddizione.


Riferimenti:

giovedì 21 ottobre 2010

Il multiculturalismo ha fallito?



Angela Merkel ha dichiarato fallito il multiculturalismo, parlando al congresso dei giovani CDU di Postdam. 

Gli immigrati che vivono in Germania, ha detto il cancelliere, dovrebbero fare di più per integrarsi, compreso imparare il tedesco. Citando le recenti parole del presidente tedesco Christian Wulff, Merkel ha detto che l’Islam è parte della Germania ma che, ha aggiunto, bisogna lavorare ancora molto sull’integrazione. Gli immigrati che vivono in Germania, ha detto il cancelliere, dovrebbero fare di più per integrarsi, compreso imparare il tedesco. Merkel ha comunque specificato che gli stranieri e gli extracomunitari sono ancora i ben accetti in Germania. «Non dovremmo però nemmeno dare l’impressione al mondo esterno che chi non è immediatamente in grado di parlare tedesco e chi non è cresciuto con il tedesco come prima lingua non sia il benvenuto. Faremmo un gravissimo danno al nostro paese». 

Questo discorso appare contradditorio e sconclusionato. Anche perchè fondato su concetti generici e ambigui. Cosa è il multiculturalismo? Cosa è il suo fallimento? Da cosa sarebbe dipeso? 

Dice la Merkel: «All’inizio degli anni Sessanta abbiamo invitato i lavoratori stranieri a venire in Germania, e adesso vivono nel nostro paese. Ci siamo in parte presi in giro quando abbiamo detto ‘Non rimarranno, prima o poi se ne andranno’, ma non è questa la realtà. L’approccio multiculturale e l’idea di vivere fianco a fianco in serenità ha fallito, fallito completamente.» Ma, se l'aspettativa era quella di accogliere lavoratori stranieri solo temporaneamente, auspicando che poi se ne andassero, il tentativo di costruire una società multiculturale in cosa è consistito? E il suo fallimento da cosa è dato, dal fatto che quei lavoratori poi sono rimasti, magari anche in veste di disoccupati che pesano sul Welfare?

"Multiculturalismo" è una definizione che trova origine in Nordamerica negli anni '70 del secolo scorso proprio per definire la compresenza di razze, etnie, e culture diverse all'interno della società americana. (Utet, 2003) Il multiculturalismo può essere tante cose. Può essere soltanto il pluralismo culturale. Allora, dovremmo considerare multiculturale qualsiasi società nella quale convivano persone appartenenti a religioni e ideologie diverse. In senso antropologico abbiamo una sovrapposizione tra cultura e gruppo etnico. Una concezione antropologica o moderna presenta la cultura come il variegato insieme dei costumi, delle credenze, degli atteggiamenti, dei valori, degli ideali e delle abitudini delle diverse popolazioni o società del mondo. Concerne sia l'individuo sia le collettività di cui egli fa parte. In questo senso il concetto è ovviamente declinabile al plurale, presupponendo l'esistenza di diverse culture, e tipicamente viene supposta l'esistenza di una cultura per ogni gruppo etnico o raggruppamento sociale significativo, e l'appartenenza a tali gruppi sociali è strettamente connessa alla condivisione di un'identità culturale. In tal caso, il multiculturalismo può essere inteso come multicomunitarismo, una società in cui convivono comunità separate e nella quale ogni individuo appartiene ed è fedele alla sua comunità. Oppure per multiculturalismo si può intendere la libertà degli individui di poter scegliere il proprio stile di vita a seconda della propria estrazione socio-culturale proprio in contrapposizione al multicomunitarismo (Fonte), dunque una società nella quale persone di origine diversa si mescolano tra loro.

Se l'aspettativa tedesca, come quella di altri paesi europei, era quella che gli stranieri venissero a svolgere il lavoro necessario e poi se ne tornassero a casa, è assai probabile che il modello multiculturale che si è andato costruendo sia stato quello multicomunitarista, dei separati in casa. Questo per volontà, non degli ospiti, ma degli ospitanti. Dunque, adesso è difficile dare la colpa agli immigrati, dire che dovrebbero fare di più per integrarsi.

In sintesi, si possono individuare tre modelli. 1) Si sta insieme separatamente. (multicomunitarismo). 2) Si sta insieme, ma tu diventi come me. (Assimilazione). 3) Si sta insieme, e insieme ci integriamo: tu diventi un po' come me, io un po' come te. Chi ha più filo da tessere, tesserà di più. (Integrazione). I tedeschi hanno lassisticamente praticato il primo (la prima legge sull'immigrazione è del 2004), ora sembrano puntare sul secondo.

Il fatto è che per un governo, un partito, un leader politico, è difficile fare un discorso sensato sull'immigrazione, se continuamente condizionato dai sondaggi, dalla prospettiva sempre prossima o immediata delle prossime elezioni, e dai saggi di intellettuali xenofobi e dotati di grande amplificazione mediatica.

Un recente sondaggio ha stimato che più del 50% della popolazione tedesca tollera poco i musulmani, il 10% pensa che il paese dovrebbe essere governato "da una mano ferma", più del 30% pensa che il proprio paese sia “sovrappopolato di stranieri” e che 16 milioni di persone tra immigrati e cittadini con origini straniere si siano trasferiti in Germania per usufruire delle migliori condizioni del welfare. Che, tuttavia, contribuiscono a mantenere. 

Ma questo è l'effetto della crisi economica. C'è in Germania, e non solo in Germania, una sciagurata tendenza a «etnicizzare» il conflitto sociale. Il demagogico lamento contro gli immigrati «che non si vogliono integrare» (come se dipendesse solo da loro), e pesano sui sistemi d'assistenza, è ricorrente, ma torna particolarmente utile in fasi di ristrettezza fiscale, quando i governi si accingono a risparmiare sul welfare. Per evitare effetti di solidarizzazione, meglio non parlare di «poveri» ma deviare l'attenzione sui migranti in fondo alla piramide: tanto bastonando loro si bastonano pure i tedeschi poveri. Solo questa voluta strategia della diversione, dalla questione sociale a quella etnica, spiega perché ci si accalori tanto sull'immigrazione, mentre non c'è assolutamente un'emergenza migratoria. Nel 2009 hanno lasciato la Germania 734000 persone, ne sono arrivate 721000: il saldo è negativo. E spiega perché un libro razzista di Thilo Sarrazin, ex membro del direttorio della Bundesbank - vi si sostiene che il quoziente d'intelligenza è prevalentemente ereditario e che quello degli emigrati turchi e arabi è basso - abbia venduto in un mese un milione di copie (Guido Ambrosino, il manifesto 19 ottobre 2010).

Thilo Sarrazin, membro del direttorio della Bundesbank ed ex ministro della città stato di Berlino, ha pubblicato un libro Deutschland schafft sich ab, “La Germania si distrugge da sola”, sostiene che gli immigrati musulmani presto supereranno in numero “la popolazione autoctona” perché fanno più figli. E scrive che dal momento che gli immigrati finora non hanno dato prova di essere particolarmente bravi a scuola, la Germania sarà condannata anche a diventare un paese meno intelligente. Dice anche che i musulmani non sono interessati all’integrazione, e insinua che preferiscano lavorare illegalmente piuttosto che pagare le tasse. Nei giorni scorsi i giornali tedeschi hanno dato ampio risalto ad alcune delle affermazioni più forti contenute nel suo libro.

I teorici del fallimento del multiculturalismo dovrebbero però per una volta provare a reimpostare il loro discorso in positivo. Anzichè raccontarci il fallimento del multiculturalismo, potrebbero provare a raccontarci il successo del monoculturalismo. Portarci ad esempio società monoculturali armoniose, vincenti, modelli di successo. Nello spazio e nel tempo. Se la Germania multiculturale formatasi a partire dalla ricostruzione del dopoguerra è un fallimento, allora si potrà parlare di una precedente Germania migliore sul piano dell'autorealizzazione. Quale?

Riferimenti:
Angela Merkel: "La società multiculturale ha fallito"
«L’approccio multiculturale ha fallito»
Merkel says German multicultural society has failed

venerdì 8 ottobre 2010

I Rom non sono nomadi

Un sondaggio online del Sole 24Ore mostra una ampia maggioranza, circa l'80%, solidale con la Francia contro l'Europa, nello scontro relativo all'espulsione dei Rom. Il presidente francese, in calo di consensi per la crisi economica e la sua politica sociale, ha puntato contro i Rom, per risalire la china nei sondaggi. Evidentemente, c'è riuscito conquistando anche i lettori del Sole 24 Ore. Non ho controllato sondaggi analoghi sui siti di altri quotidiani, ma è probabile che gli esiti non siano molto dissimili. In odor di campagna elettorale, Maroni in Italia si appresta ad imitare i colleghi d'Oltrealpe.

I campi nomadi possono naturalmente essere percepiti come un problema per la convivenza civile, ma questo problema è antico e non ha i caratteri dell'emergenza tale da richiedere un provvedimento urgente e indiscriminato. La normativa europea permette l'espulsione di un cittadino comunitario per motivi di sicurezza, ma nel caso di persone sprovviste dei mezzi per sostenersi l'allontanamento non costituisce divieto ad un successivo rientro. I Rom cacciati dalla Francia per essere rimpatriati in Romania faranno probabilmente un viaggio di andata e ritorno. Qualcuno farà tappa in Italia, come teme Alemanno, sindaco di Roma. La giostra degli sgomberi e delle espulsioni permette di ottenere consensi immediati allo sceriffo di turno, ma non risolve il problema, soltanto lo sposta da una casella all'altra, come nel gioco dell'Oca, per poi ritornare sempre alla casella di partenza.

La normativa europea vieta le espulsioni di massa, le deportazioni, i criteri di identificazione etnica per individuare i cittadini da espellere. Una direttiva del ministero degli interni francese rivolta ai prefetti individuava esplicitamente i Rom come oggetto dei provvedimenti espulsivi del governo. Ulteriore aggravante, la Francia ha estorto il consenso della Romania al reimpatrio, con il ricatto di opporre il veto all'adesione di quest'ultima al Trattato di Schengen.

La Francia non è l'unico paese a comportarsi così. Altri agiscono alla chetichella. La Ue denuncia di avere investito 20 miliardi di euro per i Rom, dal 2003 ad oggi, fondi spesi poco e male dai vari governi europei. Ricordo una intervista di un amministratore comunale italiano, il quale diceva che l'integrazione dei Rom è possibile, ma non conviene, perchè costa soldi e non porta voti. In termini elettorali sono molto più redditizi gli sgomberi.

Questa politica lassista nei confronti dei Rom, interrotta di tanto in tanto da picchi emergenzialisti, è corrisposta da una convinzione molto diffusa nell'opinione pubblica: i Rom sono nomadi e i nomadi sono irriducibilmente refrattari alla società sedentaria. Una convinzione condivisa sia da chi disprezza parassitismo, sporcizia e ruberie, sia da chi idealizza la peculiare libertà degli zingari e vuole persino preservarla.

Ma il nomadismo dei Rom non è la causa delle persecuzioni, delle discriminazioni, degli sgomberi, della mancata integrazione. Ne è, al contrario, l'effetto. I Rom non sono nomadi per natura o per cultura, ma sono costretti ad esserlo da chi non è disposto a fare nulla per integrarli. I Rom dell'est europeo emigrati dalla Romania o fuggiti dalle guerre balcaniche, in larga maggioranza vivevano in case, andavano a scuola e avevano un lavoro. Giunti ai nostri uffici stranieri per chiedere una sistemazione adeguata, si sono sentiti rispondere di appoggiarsi ai campi nomadi già esistenti. Anche in Italia, il 40% dei Rom vive in una casa e la grande maggioranza dei seminomadi sogna una vita stabile e sedentaria. Ma il ministro Maroni rassicura la sua base: per i Rom sgomberati a Milano, niente case popolari.

Opera Nomadi

(...) lo smantellamento dei campi nomadi, l'unica via per una piena integrazione. Massimo Converso ricorda che "moltissimi rom romeni e bulgari sono entrati silenziosamente in case in affitto, grazie ai soldi che guadagnano lavorando. Sono in case in affitto, non popolari. Di loro non parla nessuno perché l'integrazione c'è già stata". E smentisce l'accusa di essere responsabile dell'equazione "rom uguale nomade": "Abbiamo certificato che oggi sono solo tre i gruppi che vivono in condizioni di seminomadismo: sono i rom kalderasha, i sinti giostrai e i camminanti siciliani. Opera nomadi non ha cambiato nome perché è un ente morale, e quando è nato, nel '63, in Italia i rom erano quasi tutti nomadi".
4 settembre 2010 - www.repubblica.it


Riferimenti:
Rom bastardo: inchiesta su razzismo in Italia - Parte 1 di 3
Rom bastardo: inchiesta su razzismo in Italia - Parte 2 di 3
Rom bastardo: inchiesta su razzismo in Italia - Parte 3 di 3
Perché i rom sono nomadi?
Nomadi sarete voi
Bruxelles e la paura del contagio. "Fermiamo l'asse Francia-Italia"
I nemici del diritto europeo
Rom, questione comune
"In Romania non c'è futuro basta con le discriminazioni"
Il dirottamento di una nazione
Sulle deportazioni dei Rom dalla Francia. Oltre la cittadinanza comunitaria
Duri o buonisti l'equivoco sui rom
Rom, l’Economist: «I ‘pionieri’ delle deportazioni sono stati gli italiani»
Altro che zingari
Neppure noi vogliamo campi rom
«I cani, le urla e poi il silenzio: quella notte, ad Auschwitz, quando uccisero tutti i rom»

giovedì 7 ottobre 2010

Geert Wilders a processo per odio razziale

Dovrebbe esistere una distinzione tra la censura morale e politica e quella giuridica. Se una data persona pensa molto male di una credenza fino ad equipararla al nazismo, perchè non dovrebbe essere libero di esprimere questa sua opinione? Stati, partiti, ideologie sono stati paragonati al nazismo. Perchè non una religione?

In linea di principio la penso così, pur considerando che quella equiparazione, anche volendo, non è mai puramente speculativa, perchè il nazismo è al bando dappertutto. Equiparare al nazismo equivale a voler mettere al bando. Chi dice, per esempio, che i comunisti sono come i nazisti, fosse per lui, i comunisti li metterebbe fuorilegge. Tuttavia, qualcuno lo dice e nessuno va sotto processo. Così come non vanno sottoprocesso quei comunisti che equiparano al nazismo i loro avversari, quando succede.

Il fatto è che la dimensione del sacro è meno gestibile di quella del politico. Specie se si innesta su un contesto di convivenze comunitarie separate. In un singolo paese, ma ormai persino nel villaggio globale. Ricordo il ministro Calderoli al Tg1 mostrare la maglietta con la vignetta su Maometto. Provocò manifestazioni di protesta in Libia, represse dalla polizia, con undici morti. Il Ministro dovette dimettersi. In una data situazione, certe "libere opinioni" sono come un fiammifero gettato in una Santa Barbara. Difficile teorizzare il principio giuridico che le vieta, ma è anche molto difficile gestire le conseguenze sociali al loro esprimersi. Resta da vedere se la sanzione giudiziaria dell'islamofobia avrà l'effetto di arginarla o di alimentarla ulteriormente, donandole persino la bandiera della libertà di espressione.

Riferimenti:
L'Islam è come il nazismo
Olanda: il deputato Wilders a processo per istigazione all'odio razziale
Olanda, a processo l'islamofobo Geert Wilders: ''Difendo libertà di espressione''

martedì 5 ottobre 2010

L'integrazione degli zingari



Una parte delle autorità e dell’opinione pubblica sostiene che gli zingari nomadi non possono o non vogliono integrarsi nella nostra società sedentaria. La loro presenza non integrata è un problema. L’unica soluzione è negargli il permesso di restare con noi e cacciarli via.

Non ho dati recenti, ma sul finire degli anni '90 si calcolava che la frequenza scolastica media dei bambini zingari in Europa raggiungesse il 50% dei minori in età dell'obbligo, mentre in Italia si aggirava tra il 20 e il 30.%. Credo che oggi la situazione sia persino un po' migliorata. Questi dati dimostrano che molti zingari sono disponibili ad integrarsi. Un esempio importante è l'Ungheria. Un terzo della popolazione è zingara. A Budapest è zingaro un abitante su dieci. E non si tratta certo di persone che vivono nei campi nomadi o ai margini della società. Vanno a scuola, lavorano, vivono in appartamenti. Bisogna allora evitare le generalizzazioni. La maggioranza dei casi forse dà ragione (qui in Italia) a chi non crede nella possibilità di integrazione, ma la minoranza e l'esperienza di altri paesi, ci indica che esiste anche un'altra possibilità rispetto a ciò che molti di noi credono universale e inevitabile.

Quando parliamo di integrazione, dovremmo inoltre capire meglio di cosa parliamo, cosa vogliamo. Come ce le immaginiamo le persone disponibili ad integrarsi? Se ne facciamo il ritratto sospetto che ne venga fuori una persona già bella e integrata. E noi, come società autoctona, siamo ben integrati, con i nostri elevati livelli di abbandono scolastico, i nostri sfratti, la nostra disoccupazione, i nostri tossicodipendenti, le nostre fobie e nevrosi? Chissà che affrontando il tema dell'integrazione degli altri, non riusciamo ad integrare meglio anche noi stessi.

* * *

Se esiste una minoranza di zingari disponibile all'integrazione o già integrata, nulla vieta che questa componente possa ulteriormente ampliarsi. Questo poi, è solo un aspetto della questione. Bisogna inoltre vedere quanti e quali stati, a quale livello, abbiano effettivamente perseguito l'obiettivo dell'integrazione e con quali politiche. Vediamo che i dati sono diversi da stato a stato e che l'Italia in materia non è la prima della classe. I problemi possono essere anche opportunità.

Non esiste una parte del mondo in cui siano relegabili i nomadi. Cosa vuol dire "negargli il permesso di stare qui"? Spostarli da un'altra parte dove qualcun altro vorrà negargli lo stesso permesso. A cosa serve allontanare un campo nomadi verso il comune a sud, quando poi me ne ritrovo due, perchè il comune a nord a me confinante ha fatto la stessa cosa a mio danno? La reazione immediata per il risultato immediato, mi pare sia lo scavare una buca per coprirne un'altra.

Le esperienze sono tutte vere. Anche a me è successo di avere la casa scassinata dagli zingari e di subire un paio di scippi in centro. Però, mi è anche successo di fare amicizia con alcuni di loro e di ricevere aiuto, durante i turni notturni di vigilanza alla Festa dell'Unità e poi di Liberazione. Per mia suocera, l'esperienza con gli zingari è soprattutto quella degli allievi della sua scuola. Non pretendo affatto di contrapporre una generalizzazione positiva ad una generalizzazione negativa. Anzi, vorrei superare le generalizzazioni.

* * *

In un articolo di Giovanna Zincone, si pongono alcuni problemi. Uno in particolare: la trasformazione della nostra economia si è resa del tutto incompatibile con la loro, dando luogo ad un modello sempre meno attraente per gli altri e, forse, anche per noi stessi. L'evoluzione del nostro mondo ha tolto ogni spazio al loro, senza però diventare per loro più attraente. Di qui la difficoltà dell'integrazione. D'altra parte, da dove può cominciare una riflessione sull'integrazione se non dal modo di essere del modello integrante?

Il principio di integrazione che abbiamo in testa cosa implica? Che il nostro modo di essere costituisce il modello superiore, il progresso, il punto di arrivo più avanzato dell'umanità. Gli altri, se non sono sbagliati, sono per lo meno arretrati. Cosa è l'integrazione degli arretrati? Avanzare fino a raggiungergi, rimanendo appena un po' indietro, avere l'ambizione e l'orgoglio di diventare le nostre retrovie. Un tempo questa idea era condivisa anche dagli altri, perciò sembrava funzionare. Oggi, un po' meno. Qui è il problema culturale, si potrebbe dire, di "egemonia".

D'altra parte, noi non viviamo il senso di alcun missione civilizzatrice. Non vogliamo affatto condividere il nostro modello, i nostri principi, il nostro benessere, con gli "arretrati". Al contrario, pensiamo che l'avanzata degli arretrati, la loro integrazione, metta a repentaglio quel che è nostro, perchè ce n'è appena per noi. Se tutti gli zingari ci dicessero: "Bene, ci avete convinto, vogliamo vivere come voi, avere una casa come la vostra (magari nel vostro condominio), un lavoro, come il vostro, la vostra scuola (per essere compagni di banco dei vostri figli), la vostra previdenza, la vostra assistenza sanitaria, la vostra democrazia, il vostro diritto di voto". Noi cosa risponderemmo? "Benvenuti cari, era ora, è da tanto che vi stiamo aspettando"? E’ questa la nostra speranza e aspettativa? O preferiamo sancire che gli zingari sono stronzi, con noi non hanno nulla a che fare e... stop? Stop, perchè impostato così il problema non ha soluzione, salvo i campi di concetramento.

* * *

Questa è la nostra idea di integrazione: il fatto che gli altri si adeguino a noi, perchè noi siamo meglio. Se ritenessimo di essere peggio, sorgerebbe tra noi un movimento che propone l'inverso. Talvolta succede, pur rimanendo nell'ambito del nostro mondo, come quando citiamo a modello altri paesi (l'America, l'Urss, la Scandinavia, etc.)

Noi non giudichiamo mai la nostra comunità. Al limite giudichiamo i nostri personaggi pubblici, i nostri partiti, i nostri stati, le nostre organizzazioni. Già l'idea che "noi" siamo una comunità è abbastanza estranea ai nostri principi. Quando parliamo di "noi" e "loro" fuoriusciamo dai nostri principi ed entriamo in una dimensione tribale.

Vanno condannati la diseguaglianza, il patriarcato, lo sfruttamento dei minori, ogni reato, non importa chi lo pratica. L'essere minoranza non ti giustifica, ma qui il paradigma è rovesciato: l'essere minoranza ti condanna. Anche se non hai fatto nulla, per il solo fatto di essere assimilabile a chi ha fatto qualcosa.

I pregiudizi si fanno largo quando nella società si avverte il bisogno di un capro espiatorio, in risposta ad un disagio di insicurezza sociale (perchè non c'è lavoro, il salario non basta, la casa è un miraggio o il luogo di attesa di uno sfratto, perchè il futuro, si immagina, peggio del presente).

Se i problemi si identificano con le comunità, l'impostazione del problema è tale da non avere soluzione. Si può solo eliminare la comunità con un genocidio oppure segregarla in campi di concentramento o bantustan, cosa che mal si concilierebbe con i nostri principi, almeno in casa nostra. Perciò da una decina d'anni, gli amministratori che affrontano il problema, si accontentano di sgomberare i campi, scambiandosi i rom da un comune all'altro. Un modo di affrontare i problemi che li riproduce, li aggrava, o per ben che vada, li lascia come sono.

(Sett - Ott, 2007)

martedì 8 settembre 2009

L'Italia che rifiuta l'asilo politico

La nostra Costituzione prevede il diritto d'asilo, ma i nostri governi si impegnano ogni anno per respingere migliaia di immigrati provenienti dal Mediterraneo, mentre giornali e televisioni enfatizzano gli sbarchi parlando di invasione. Dalle coste arriva solo il 5% dell'immigrazione, una percentuale piccola tuttavia molto visibile. I respingimenti provocano morte e sofferenza. L'impossibilità di giungere sulle nostre coste normalmente, induce i migranti ad affidarsi a precari gommoni offerti a prezzi esosi da trafficanti di esseri umani. Gli scafisti, per non farsi beccare a loro volta, caricano i migranti su imbarcazioni, sempre più piccole, istruiscono alla guida qualcuno dei passeggeri, e poi li abbandonano a se stessi, in partenza dalla Libia.

Le barche possono affondare, non essere soccorse dai pescherecci maltesi o italiani, essere respinte dalle motovedette e riaccompagnate in Libia, in violazione dei trattati internazionali. Come dice Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr: È vero che l’istituto del respingimento esiste nell’ordinamento italiano, ma è regolato dal Testo Unico sull’immigrazione che lo vieta nei confronti dei richiedenti asilo. Ma se noi rispediamo i rifugiati sulle coste libiche, li priviamo del loro diritto di fare domanda di asilo. L’Italia, inoltre, ha recepito l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra che recita che "nessuno Stato contraente espellerà o respingerà i rifugiati verso confini di territori nei quali la loro vita o libertà potrebbero essere minacciate". Un principio che non ha limitazioni geografiche. In Libia i migranti sono reclusi in strutture paracarcerarie anche per moltissimo tempo, dove possono subire abusi, torture fino anche ad essere uccisi. Nella loro patria di origine, se riconsegnati - Eritrea, Somalia, Sudan, Congo, etc. - rischiano di essere perseguitati o arruolati a forza negli eserciti in guerra. Le donne in Nigeria, rimpatriate dall'Europa, rischiano la lapidazione.

Governi e opinione pubblica sanno tutto questo. I grandi quotidiani a volte danno voce alla xenofobia, altre volte denunciano il razzismo o empatizzano con gli stranieri: sanno che respingere i migranti, significa mettere a repentaglio la loro vita o restituirli ad una condizione miserabile e infernale. Eppure continuamo a respingerli. Questo parla di noi, della nostra identità e incide sulla nostra autostima collettiva. Come si sente un paese ricco, molto più ricco di tutta l'Africa messa insieme, nel risospingere persone disperate verso la fame, la dittatura, la guerra? Quelle stesse dittature e guerre che noi armiamo con il nostro traffico illegale di armi?

Se il governo è di destra, con tanto di ministri leghisti, è facile pensare che si tratti di brutti ceffi, xenofobi, razzisti, criminali. E quel governo non fa nulla per nasconderlo, anzi si esibisce con dichiarazioni, atti dimostrativi e leggi contro gli immigrati, pronti a rovinare la vita a decine, centinaia di persone, per farsi uno spot pubblicitario: il respingimento di un gommone, l'incriminazione di cinque sopravvissuti, le passerelle con Gheddafi, il nostro nuovo guardiacoste.

Ma l'accordo con Gheddafi, anche se poi non applicato, fu fatto dal Governo Prodi e a legittimare gli sbarchi è Piero Fassino, il responsabile esteri del PD, ultimo segretario dei DS, che vuole istituire in Libia l'ufficio di collocamento per i richiedenti asilo in Italia. Sono xenofobi, razzisti, criminali anche loro? Possibile lo siano tutti? In questa lettura c'è un nucleo di verità, ma anche qualcosa che non funziona. C'è qualcosa che viene prima della crudeltà, del cinismo, del razzismo, dell'egoismo di una civiltà declinante - siamo ricchi ma non tutti e non abbiamo la percezione che lo saremo ancora e sempre di più - qualcosa di molto più opaco e sbiadito, di meno pretenzioso. E' l'agire in assenza di un contesto, di una analisi complessiva, di un quadro generale. L'idea che la politica abbia un compito amministrativo molto limitato, molto pragmatico, e non possa farsi carico dei problemi del mondo. Adesso c'è da coprire questa buca, per farlo occorre scavarne un'altra.

martedì 25 agosto 2009

Eritrei, 73 morti dopo gli accordi con Gheddafi

Un barcone di profughi eritrei ha vagato nelle acque del Mediterrano per venti giorni. Settantatré persone sono morte. I superstiti hanno raccontato di aver incontrato varie imbarcazioni, senza ricevere soccorso.

Il governo italiano ha messo in dubbio la versione dei profughi, ha scaricato tutta la responsabilità sulle autorità maltesi e poi ha attaccato la UE di non fare niente e di lasciare sola l'Italia di fronte al dramma dei profughi.

Tuttavia, la tragedia è avvenuta nel quadro delle politiche di respingimento dei migranti. Si dichiara ogni volta di voler contrastare la tratta illegale degli esseri umani, si mettono verbalmente nel mirino gli scafisti, ma poi non si cambia nulla. Si conferma l'intenzione di respingere i migranti e l'accordo con la Libia di Gheddafi per impedire ai migranti di partire.

Ma la politica dei respingimenti ha portato gli scafisti ad abbandonare i migranti a se stessi in imbarcazioni sempre più piccole, magari stracariche di persone disperate in fuga dalla fame e dalla guerra, mentre l'unica politica che può stroncare la tratta è quella di permettere ai migranti di raggiungere le nostre coste con barche normali, le stesse che prenderemmo noi per raggiungere un paese del Maghreb.

Le politiche di contrasto dell'immigrazione sono ingiuste, illegittime, inutili e controproducenti, talvolta anche criminali, e possono finire in tragedia.

L'accordo con Gheddafi costa cinque miliardi di euro. Gli stessi soldi possono essere spesi meglio, per accogliere dignitosamente chi fugge da condizioni di vita disastrate. Sono tanti, ma non sono i numeri di una invasione. L'Italia ospita un decimo dei rifugiati della Germania e all'aumento degli sbarchi sulle coste siciliane è corrisposta una diminuzione complessiva degli sbarchi in Puglia e su tutte le altre coste italiane.

Un anno, 4 mesi e 21 giorni, viaggio dalla morte all'Italia (Ezio Mauro)


ITALIA-LIBIA


Un Trattato per chiudere con i danni di guerra e fermare i barconi carichi di immigrati

Finora era stata un'estate insolitamente piatta sul fronte degli sbarchi di migranti. Dai primi di maggio, quando - con l'avvio dei respingimenti e dei pattugliamenti delle motovedette cedute all'Italia dalla Libia - è diventato operativo l'accordo siglato tra i due Italia e Libia nel dicembre del 2007, gli arrivi a Lampedusa si sono praticamente azzerati, fino alla ripresa degli ultimi giorni. I numeri del Viminale parlano di 7.567 arrivi nel 2009 (la quasi totalità avvenuta prima della metà di maggio) contro i 17.485 del 2008. A Lampedusa lo scorso anno sono sbarcati in 14.905, contro i 2.548 del 2009. Dati, sottolineano al ministero, che indicano il funzionamento degli accordi siglati con la Libia, nonostante la ripresa di giovedì. Proprio dal Paese nordafricano parte la grande maggioranza dei flussi diretti verso la Sicilia. L'accordo tra i due Paesi era stato siglato il 29 dicembre 2007 a Tripoli dall'allora ministro dell'Interno, Giuliano Amato e dal ministro degli Esteri libico, Abdurraham Mohamed Shalgam. Il piano, messo a punto dopo un lungo e riservato negoziato, non è però entrato nella fase operativa finché non è avvenuta - nello scorso febbraio - la ratifica parlamentare del Trattato di amicizia siglato dal premier Silvio Berlusconi e da Muhammar Gheddafi il 30 agosto 2008. Il programma contro le partenze di migranti è contenuto nell'articolo 19 del Trattato. Tra le novità più rilevanti del piano firmato da Amato, i pattugliamenti congiunti davanti alle coste del Paese nordafricano. Per questa attività l'Italia ha ceduto alla Libia sei unità navali della Guardia di finanza. Roma, prevede sempre l'accordo, darà una mano a Tripoli anche nel controllo degli sterminati confini meridionali della Libia, da dove premono masse di disperati in fuga dalle guerre e dalla povertà dell'Africa subsahariana. Sarà infatti Finmeccanica a fornire una rete di controllo satellitare per monitorare le frontiere di sabbia. L'Italia coprirà il 50% dei costi, mentre per il restante 50% - indica il Trattato di amicizia - Roma e Tripoli chiederanno all'Ue di farsene carico.

il manifesto 22 agosto 2009

sabato 22 novembre 2008

Xenofobia di stato

Corteo a Roma contro il razzismo

Le leggi sull'immigrazione e le relative procedure hanno la funzione di governare il fenomeno, non di infliggere vessazioni inutili, per capitalizzare la xenofobia in consenso elettorale e per mantenere gli immigrati in una condizione di clandestinità al fine di sfruttarli meglio, come avviene nelle norme in discussione in parlamento nell'ambito del disegno di legge sulla sicurezza, con l'intento ufficiale di arginare i flussi.

L'idea secondo cui accogliamo più immigrati di quelli che possiamo ospitare e questa sproporzione sarebbe all'origine del razzismo e della xenofobia, è fuorviante. Lo sviluppo economico determina quali sono i paesi di emigrazione e i paesi di immigrazione. Non succede per equivoco. Nel momento in cui lo sviluppo economico di un paese non è più in grado di assorbire manodopera immigrata, cessa di essere una meta di attrazione. Chi di noi vorrebbe migrare in un posto dove non troverebbe lavoro, casa, assistenza? Gli uomini si sono sempre spostati o per sfuggire ad una cattiva sorte o perchè attratti da una sorta migliore. Le migrazioni sono la conseguenza di guerre, dittature, carestie, povertà. In un mondo diseguale è naturale che uomini e donne dei paesi più poveri cerchino di migrare nei paesi più ricchi. La migrazione è un correttivo della diseguaglianza. E non va sempre male per chi deve accogliere, anzi spesso va bene, perchè i migranti nei paesi ricchi, con il loro lavoro, concorrono alla produzione di ulteriore ricchezza. Succede anche nelle migrazioni interne: il miracolo economico italiano negli anni '60 è stato possibile con le migrazioni dal sud al nord. Ogni grande migrazione porta con sè paure, incomprensioni, conflitti, e razzismi, perchè una parte della società accogliente è chiusa. E nel conflitto ci si schiera.

L'antisemitismo, l'omofobia, la misoginia dipendono dal fatto che gli ebrei, gli omosessuali, le donne non trovano lavoro e si mettono a delinquere? Sappiamo bene che il razzismo è un pregiudizio, una forma di ostilità irrazionale che prescinde dal contesto. Corrisponde al bisogno di prendere a calci qualcuno quando ci si sente complessivamente insicuri, quando si ha paura di qualcosa che sfugge. Per gli xenofobi, qualunque cosa facciano, gli immigratii sbagliano. Se non hanno casa, lavoro, se non vanno a scuola, determinano degrado ed emarginazione e questo non va bene. Se invece hanno casa, lavoro, vanno a scuola, e magari si curano nei nostri ospedali e ambulatori, anche questo non va bene, perchè sottraggono risorse a noi (poco importa se ne producono molte di più). Mai sentito degli immigrati che ci portano via il lavoro?

In Italia non esiste il problema di far entrare più gente di quanta riusciamo ad accoglierne: continuamo ad essere, tra i grandi paesi europei, quello con il minor numero di immigrati, sia regolari, sia clandestini, in rapporto alla popolazione autoctona. I nostri "clandestini" non sono solo poveracci che non trovano lavoro e tentano di sopravvivere con attività illegali. I nostri clandestini sono lavoratori che chiedono di essere regolarizzati ed hanno datori di lavoro che vogliono regolarizzarli. Ma il governo non li regolarizza, perchè vuol far valere il primato della sua legge che prevede norme capestro per la regolarizzazione, e un decreto che stabilisce flussi di ingresso ridicoli in rapporto alla domanda di lavoro. Non lo dice la Caritas, il manifesto, o Rifondazione comunista. Lo dice la Confindustria. Facciamo entrare in Italia 65 mila immigrati l'anno (secondo il decreto flussi) a fronte di una richiesta di 200-300 mila lavoratori. Quindi programmiamo centinaia di migliaia di clandestini e siamo arrivati ad averne oltre 650 mila. Occupati, ma irregolari. Su questi, oggi il governo, secondo le proposte della Lega, si appresta a decidere ulteriori vessazioni, prima fra tutte l'impossibilità di trasferire parte dei propri risparmi alle famiglie.

Ma poniamo il caso anche di immigrati che il lavoro non ce l'hanno, poichè può succedere anche a loro di perderlo. La maggior parte arriva in Italia con un permesso di lavoro regolare, ma poi gli succede di venire licenziata. Può, come tutti noi cercarsi un altro lavoro? No, secondo la legge deve subito tornarsene nel proprio paese e solo da lì può sperare di trovare un'altra occupazione. Dunque spendendo soldi per il viaggio, perdendo molto tempo, e precludendosi molte possibilità di nuove assunzioni. Data l'assurdità della legge, questa non viene rispettata. Ora, secondo le nuove proposte, se l'immigrato si ammala e tenta di curarsi, il medico sarebbe obbligato a denunciare il suo stato di irregolarità. Cosa farà secondo te l'immigrato per sottrarsi a questo rischio? Eviterà di curarsi. Poi, sempre i signori che fanno queste proposte, lanciano l'allarme (ormai da 15 anni) che associa gli immigrati al diffondersi di nuove e vecchie malattie. Questa è la razionalità della nostra politica sull'immigrazione. Ecco i nostri clandestini (grazie alla Bossi-Fini).

Il blocco per due anni, serve per produrre nuovi clandestini. A stracciare le condizioni di lavoro non sono gli immigrati in quanto tali, ma il lavoro in nero. La Cgil di Treviso è stata sconfessata dalla Cgil regionale del Veneto e anche dalla direzione nazionale. La Cgil chiede la regolarizzazione di chi ha già un lavoro. La stessa Confindustria, dichiara che: "Sì, la domanda di manodopera straniera è calata, ma il problema non è il blocco dei flussi, bensì la riforma del meccanismo degli ingressi, troppo macchinoso".

Ad attrarre immigrazione è l'offerta di lavoro, non l'offerta di permessi di soggiorno. Per l'immigrato è già una conquista migliorare la propria condizione rispetto alla situazione da cui proviene. Negli altri paesi europei, per regolarizzarsi è sufficiente avere un lavoro. E non per questo arrivano un milione di nuovi immigrati al mese. La Bossi-Fini esiste solo in Italia. Con i risultati che abbiamo visto. La perdita del potere d'acquisto è data proprio dal lavoro nero, dalle centinaia di migliaia di immigrati, che il governo rifiuta di regolarizzare. E magari lo rifiuta proprio per questo. Alla fine, razzismo e xenofobia servono, non per bloccare e respingere immigrati, ma per tenerli in una condizione di clandestinità, al fine di sfruttarli meglio, sottopagarli, e mediante questa concorrenza sleale, deprimere anche le condizioni del lavoro regolare.

sabato 1 novembre 2008

L'allarme TBC associato agli immigrati


Periodicamente, la presenza degli stranieri viene associata a nuove paure. Una di queste è che portino malattie, tra cui alcune ormai debellate. Si veda, l'allarme TBC. Ciò nonostante il fatto che otto stranieri su dieci si ammalino in Italia, in conseguenza delle loro condizioni materiali di vita. Mio padre, immigrato dalla Calabria a Torino, negli anni '60 si è ammalò di tubercolosi, ma si ammalò a Torino, non portò il virus dalla Calabria. Che il 50% dei nuovi casi di TBC sia riscontrato sugli immigrati, non dipende necessariamente dal fatto che se la sono portata dietro, dipende dalle loro condizioni di vita qui, in Italia, e dall'impossibilità di avere accesso alle medicine, agli antibiotici, quando prendono malattie batteriche e virali alle vie respiratorie, e infatti si ammalano dopo uno o due anni di permanenza, non arrivano già infettati. Mia moglie, ungherese, nei suoi primi due anni di permanenza ha avuto due violentissime influenze (mentre nel suo paese ha avuto solo normali raffreddori), poi si è adattata. Se non avesse potuto curarsi, non so quali complicazioni avrebbe potuto avere. Piuttosto, di questi allarmi e di questi allarmismi, quale uso ne facciamo? Eleviamo barriere immaginarie o garantiamo a tutti gli immigrati l'assistenza sanitaria (a tutela di tutti, anche nostra)? Si vedano in poposito, le iniziative della Lega Nord.

In verità, l'allarme che associa l'arrivo degli immigrati al ritorno di malattie già debellate, in primo luogo la tubercolosi, risale ai primi anni '90, senza aggiungere nulla di nuovo. Si vedano questi due articoli del Corriere della Sera. «La tubercolosi in Italia dall'Est Europa» (26 ottobre 2008), Il ritorno della Tubercolosi (13 settembre 1995). Ma il vero problema, non è dato dall'aumento della TBC, quanto dalla sua non diminuzione da quindici anni a questa parte. E consideriamo che, in questo periodo, gli immigrati sono aumentati di sei volte, senza perciò generare effetti moltiplicatori nella diffusione della malattia, come di qualsiasi altro fenomeno negativo ad essi indebitamente associato. Il picco di casi di tubercolosi in Italia lo si è avuto nel 1996: 5500, mentre oggi risultano 4500, per una media annua di 4200/4700. Riguardo i dati sulla diffusione della TBC nel mondo, è possibile consultare il database dell'OMS.

L'unicità della shoah


Succede nei forum di trovarsi di fronte a topic titolati "Genocidi dimenticati", accompagnati a domande come questa: come mai per il conflitto/odio presunto ebrei/resto del mondo si sprecano fiumi di parole e per altri eccidi non si dice niente? Come se il conflitto fosse simmetrico e gli ebrei una parte belligerante. Intanto, non è proprio con il "resto del mondo". L'avversione agli ebrei esiste nei paesi dei due monoteismi concorrenti: cristianesimo e islam. Ma non nelle terre dell'induismo, del buddhismo o del confucianesimo. Per quello che ci riguarda, la maggior attenzione al genocidio degli ebrei, ha almeno quattro motivi: 1) E' avvenuto in casa nostra, in Europa e l'Italia ne è stata coinvolta come principale alleato del Terzo Reich: siamo il paese delle Leggi razziali (1938). E' qui che dobbiamo darci gli antidoti perchè non si ripeta. E di norma prestiamo più attenzione al nostro mondo. 2) Caso unico nella storia, quel genocidio è stato teorizzato e messo in atto con un sistema burocratico-industriale, per cui ogni elemento coinvolto, proprio come l'operaio della catena di montaggio, non aveva il controllo nè del processo, nè del prodotto, e non se ne sentiva responsabile. 3) La vittima era designata tale, non in virtù dell'esercizio di qualche forma di opposizione, ma in virtù del suo solo essere ebreo. Senza conflitto. Un massacro fine a se stesso, senza guerra civile, senza terra da conquistare, senza popolo ribelle da sottomettere. 4) Quel genocidio è negato, a partire in particolare dagli anni '80, da pseudo-storici, simpatizzanti filo-nazisti con grande impatto mediatico. Ed ogni negazione, porta ad una riaffermazione. Anche del genocidio armeno ogni tanto se ne parla, soprattutto per dire e polemizzare con il fatto che la Turchia ancora si rifiuta di riconoscerlo. Per converso, parliamo più del nazismo di qualsiasi altro regime o dittatura.

domenica 21 settembre 2008

L'allarme antisemitismo di Frattini

Frattini all'Institute AspenAd un convegno dell'Aspen Institute, il ministro degli Esteri Franco Frattini ha lanciato un allarme per la diffusione dell'antisemitismo in Europa, mescolando il pregiudizio antiebraico con il dissenso nei confronti di Israele, preoccupandosi soprattutto di quest'ultimo. Uno studio Usa aggiunge che a crescere in Europa sono anche il pregiudizio e l'ostilità contro l´Islam.

Il fatto è che i razzismi, nella loro diffusione, vanno avanti o indietro tutti insieme. Un razzismo può tirare più di un altro, ma se tira di più, fa semplicemente da traino a tutti gli altri. Lo si può osservare anche nei blog e nei forum. C'è quello fissato contro gli ebrei, quello contro le donne, quello contro gli immigrati, quello contro i gay, quello contro i meridionali. Ma sono ruoli intercambiabili. Per verificarlo, basta chiedere all'antisemita cosa pensa delle femministe o al misogino cosa pensa degli ebrei, e ad entrambi cosa pensano degli extracomunitari. O agli xenofobi cosa pensano del gay pride.

Perciò, Frattini fa bene a lanciare l'allarme sull'antisemitismo, ma dovrebbe associare il suo allarme ad una rigorosa autocritica sulla politica della paura del suo governo, per il senso comune che contribuisce ad alimentare. Perchè funziona così: se metti all'indice un capro espiatorio, i capri espiatori finiscono per essere sempre gli stessi, se fai crescere l'ostilità verso i diversi, tra i diversi, al principio o alla fine, incontri anche gli ebrei.

E dovrebbe inoltre evitare di usare, sia pure in modo implicito, l'antisemitismo come parafulmine contro il dissenso e la critica nei confronti di Israele. So per esperienza, che di questo atteggiamento strumentale, gli antisemiti, quelli veri, sono i primi ad approfittarne. Proprio di recente, ho avuto occasione di ripuntualizzare il mio punto di vista sull'argomento, nel replicare ad un forumista antisemita della Lega Nord, partito alleato del ministro degli Esteri. Come nick usa Padania.

Criticare Israele è antisemitismo? Dipende. Se critichi Israele, vuol dire che per te sbaglia. Commette errori, ingiustizie, crimini. La critica può essere giusta o sbagliata, proporzionata o esagerata, ma fin qui tutto è lecito, poichè ad ogni stato può succedere di essere oggetto di critiche razionali o irrazionali. Le strade tra l'oppositore politico di Israele e il razzista antisemita, si separano, quando ci si pone una domanda, al momento di dare la risposta. Perchè Israele sbaglia? L'oppositore politico troverà la risposta in cause di natura politica: per esempio il colonialismo, la ragion di stato, oppure l'alleanza con gli Usa. L'antisemita troverà la risposta nell'identità ebraica dello Stato d'Israele: gli israeliani sbagliano perchè sono ebrei.

venerdì 19 settembre 2008

Sul giovane di colore ucciso a sprangate

Fino ad oggi i media hanno amplificato episodi di criminaltà che vedevano per protagonista uno straniero nella parte dell'aggressore e un italiano nella parte della vittima. Oggi si inizia a dare spazio anche a notizie in cui le parti sono invertite. Sul piano del completamento dell'informazione, non vedo come ci si possa lamentare. Si tratta di due modi di informare specularmente allarmistici e strumentali? E se si, chi denuncia la strumentalità oggi, perchè non lo ha fatto ieri? Al contrario, ieri si è fatto più volte divulgatore di notizie ed emergenze urlate e strillate.

Come che sia, l'utilizzo delle notizie a me non sembra uguale. Le notizie che hanno per protagonista negativo uno straniero sono state usate per costruire una immagine negativa degli stranieri. Un romeno aggredisce, ergo i romeni sono aggressori, ergo vanno decisi provvedimenti contro i romeni. La responsabilità individuale si trasforma in colpa collettiva di un intero gruppo e provvedimenti evocati o decisi consistono in punizioni collettive. Abbiamo visto dopo l'omicidio Reggiani, una giunta comunale mettersi a sgomberare i campi rom, e un governo riunirsi d'urgenza e decretare per facilitare l'espulsione dei romeni. Oggi, di fronte all'assassinio di un ragazzo di colore ad opera di due italiani, assistiamo a qualcosa di simile? Qualcuno invoca qualcosa del genere? Una giunta, un governo si riuniscono d'urgenza? Decidono provvedimenti contro un soggetto collettivo? Contro i baristi? Contro i milanesi? Qualcuno invoca qualcosa del genere? Nulla di tutto questo, anzi pare già un azzardo l'idea del sindaco Moratti di partecipare ai funerali. Quando si tratta di noi, della nostra tribù, è chiaro e lampante che confondere la colpa di un individuo con la colpa di un gruppo, è una cosa fuori del mondo, una follia che suscita anche indignazione.

Si discute semplicemente se nel delitto vi sia una matrice razzista. E la si riconduce alla responsabilità individuale di chi ha compiuto il delitto. Entrambi gli autori sono reo-confessi, anche rispetto agli insulti razzisti che hanno pronunciato mentre uccidevano. E' interessante osservare come chi ha responsabilità di governo, a cominciare dal presidente del consiglio, si affanni con sicumera a negare la presenza nell'omicidio di Abba di qualsiasi connotato razzistico. Cosa si teme, che il razzismo faccia una brutta figura? O ci si sente in qualche modo chiamati in causa, per le proprie politiche un po' legiferate e molto dichiarate? Il razzismo di cui si parla non è una teoria, una ideologia a cui si aderisce consapevolmente. E' una subcultura, un atteggiamento, un istinto, qualcosa che agisce nei meandri della nostra mente, nel nostro subconscio, di cui magari ci vergognamo anche quando ci accorgiamo che affiora, e che comunque neghiamo sempre.

Manifestazione degli studenti a Milano
Si può vedere la causa prima che ha scatenato la reazione dei due negozianti nel furto (di una scatola di biscotti) o nell'espasperazione per aver subito prima altri furti, ma anche se fosse, per far traboccare fino al delitto il vaso dell'esasperazione, anche una sola goccia di razzismo può essre stata sufficiente. E probabilmente lo è stata. Il pm, nel suo atto di accusa ha sgomberato il campo da tale questione, ritenendola probabilmente controversa, e ha parlato di omicidio volontario per "futili motivi". Per "futili motivi" si uccide una vita che a cui si attribuisce  poco o nessun valore.

Ora, ammesso e riconosciuto che ci muoviamo su una linea di confine molto labile, quello che ci interessa, sul piano del dibattito pubblico è la responsabilità pubblica, per quello che le compete. I media, l'autorità politica, che lo vogliano o no, fanno pedagogia, contribuiscono a formare un senso comune. Con la loro informazione, le loro dichiarazioni, le loro leggi, insegnano, trasmettono valori, delineano un modello sociale e una morale pubblica. Cosa ci insegnano rispetto agli stranieri? Che siamo uguali o che siamo diversi? E se siamo diversi come si può sfuggire al giudizio di una differenza di valore? Per entrambi vale la stessa legge o un diritto binario? Per entrambi vale la presunzione di innocenza o per una parte (quella straniera) la presunzione di colpevolezza? E poi cosa ci insegnano rispetto alla proprietà? Che vale di più o di meno della vita umana? Cosa ci insegnano rispetto alla giustizia? E' lecito o no farsi giustizia da sé? C'è differenza oppure no tra legittima difesa e vendetta? Cosa è implicito nella legittimazione delle ronde o nell'estensione del concetto di legittima difesa alla difesa della proprietà? Non c'è nessun automatismo, ma in situazioni labili, che agiscono su confini labili, questo modo di pensare, questo sistema valoriale, elevato a governo, cosa costituisce, una remora o un incentivo? Se stai in bilico, da che parte ti fa cadere?