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mercoledì 13 ottobre 2010

Scandali, la Repubblica non è il Giornale

Il Giornale di Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti rivendica di essere come la Repubblica di Eugenio Scalfari e Ezio Mauro. Il trattamento Boffo equivalente alla campagna delle dieci domande. Equivalenza sostenuta anche da terze parti, a destra come a sinistra, in aree più o meno contigue al Cavaliere: Mario Sechi, Fabrizio Rondolino, Antonio Polito, Piero Sansonetti, Pier Luigi Battista. Lo ha detto esplicitamente Daniela Santanché ad Annozero, a commento delle pressioni di Nicola Porro su Renato Arpisella, adetto stampa di Emma Marcegaglia: "Vogliamo ricordare tutte le porcate che Repubblica ha fatto a Berlusconi?"

Come tutte le equiparazioni, anche questa può sostenersi su alcune somiglianze reali. Entrambi trattano di scandali, comportamenti illegali o immorali che coinvolgono un personaggio pubblico. Entrambi, a partire dalla notizia, costruiscono una campagna, che vuole monopolizzare l'attenzione, mediante enfasi ed insistenza, per settimane e mesi, anche quando non ci sarebbe molto da aggiungere. Entrambe hanno una motivazione politica, ma già qui cominciano le differenze.

Fa un effetto diverso vedere un giornale di opposizione mettere nel mirino esponenti del governo, a partire dal premier, e un giornale di area governativa mettere nel mirino esponenti dell'opposizione o anche soltanto critici nei confronti del governo. L'informazione dovrebbe svolgere una funzione di controllo sul potere politico, ma quando questa è schierata con il potere politico, la sua natura cambia, diventa uno strumento di controllo sull'opposizione al potere politico. Diventa uno strumento del governo.

In parte ciò è inevitabile, specie in Italia, dove tutti i grandi giornali sono proprietà di editori, che sono anche imprenditori e finanzieri, con interessi politici diretti o indiretti. Carlo De Benedetti, proprietario del Gruppo Espresso-Repubblica è la tessera numero uno del Partito democratico. Tuttavia, De Benedetti è rimasto un imprenditore e tra il Pd e Repubblica esiste un rapporto dialettico di reciproco condizionamento. Il gruppo dirigente del Pds/Ds/Pd tante volte è stato accusato di essere eterodiretto da Repubblica, specie Achille Occhetto e Walter Veltroni.

Le cose cambiano un bel po' quando l'imprenditore editore è anche capo di una fazione, capo del governo, datore di lavoro dei giornalisti, proprietario della televisione commerciale, controllore della Rai, un uomo di potere capace di influenzare la nomina (o le dimissioni) dei direttori dei principali quotidiani. Proprietario della principale casa editrice del paese, la Mondadori, da cui dipende la distribuzione di molta carta stampata.

Dovrebbe fare un effetto diverso anche il differente peso degli scandali denunciati. Nel caso di Silvio Berlusconi, della P3, dei ministri e degli uomini a lui legati, abbiamo veri e propri capi di imputazione relativi a corruzione, malversazione, associazione mafiosa. Nel caso degli avversari, dei critici, dei dissidenti di Berlusconi abbiamo scandali minori o del tutto inesistenti. La casa di Montecarlo, la cucina Scavolini, l'omossessualità di un direttore, il modo di camminare e i calzini di un giudice che attende il suo turno dal barbiere (quel giudice, Mesiano, che ha emesso la sentenza sul lodo Mondadori). Fatti privati opposti a fatti di rilevanza pubblica.

Da Noemi Letizia a Patrizia D'Addario, anche quello delle escort è uno scandalo minore? Può darsi, anche solo considerando i processi in corso del suo protagonista. C'era molto altro sui cui si può concentrare di più e meglio l'attenzione. E' comunque, uno scandalo di rilevanza pubblica. Non solo perchè mostra il costume e lo stile di vita del capo del governo, la sua concezione della donna, ma anche perchè ha qualcosa a che vedere con l'induzione e il favoreggiamento della prostituzione, la ricompensa di questa con risorse pubbliche: voli su aerei di stato, ospitalità in una sede del governo, quale è per decreto Palazzo Grazioli, candidature istituzionali, posti in Rai. Non solo avventure e scappatelle, ma l'edificazione di un sistema, quello che Paolo Guzzanti chiama "Mignottocrazia", quello che Veronica Lario ha chiamato "ciarpame politico". Infine, non da ultimo, il mettersi, il capo del governo di uno stato libero e sovrano, in una posizione di ricattabilità. Ce n'è abbastanza per giustificare una inchiesta del principale giornale di opposizione, in una democrazia.

Diverso è il metodo di lavoro. Capita una notizia, la pubblico. Sospetto qualcosa, vado a cercare le notizie, se le trovo le pubblico. Magari ne faccio un uso politico, strumentale, parziale, enfatico, ma questo fa parte della natura del giornale politico. Diverso è raccogliere le notizie e metterle da parte per tirarle fuori al momento opportuno. Riattualizzare notizie vecchie solo perchè gettano discredito. O pubblicare vere e proprie bufale a scopo diffamatorio e poi, una volta ottenuto l'effetto, magari chiedere scusa. E fare questo a scopo punitivo, magari facendolo precedere da avvertimenti pubblici e privati, al fine, come dice la Marcegaglia, di coartare la volontà delle persone. Mettere sul piatto la possibile pubblicazione di notizie per ottenere dal malcapitato protagonista qualcosa in cambio, la sua condiscendenza nei confronti del governo, così come, secondo il paragone fatto da Marco Travaglio, il fotografo Fabrizio Corona metteva sul piatto la pubblicazione di foto sconvenienti per ottenere soldi dai personaggi fotografati.

Diversa è anche la filosofia che ispira il modo di lavorare. I giornalisti di Repubblica, come quelli di Annozero, del Fatto quotidiano, sono dei moralizzatori. Essi sono contro Berlusconi proprio per le cose che pubblicano contro di lui. Non per nulla vengono definiti "giustizialisti", "mozzaorecchie" e via dicendo. Epiteti denigratori che però alludono anche alla convinzione del denigrato. I giornalisti del Giornale non vogliono moralizzare un bel nulla, vogliono spuntare le armi ai moralizzatori, dimostrare che sono, siamo tutti uguali, perchè tutti abbiamo una macchia, uno scheletro nell'armadio, e chi è senza peccato scagli la prima pietra. E' il fantuttismo che emette una generale chiamata di correo per predicare omertà.

Per indurre negli avversari un effetto simile a quello riassunto in una celebre battuta di un politico americano, se non ricordo male Adlai Ewing Stevenson, che diceva ad un candidato rivale: "Le propongo un patto: lei la smette di dire bugie sul mio conto, io la smetto di dire la verità sul suo".


Riferimenti:
Belpietro VS Mauro sul caso Berlusconi - Letizia (Ballarò 26/05/09)
Pubblico-privato: dieci domande a Berlusconi
Giorgio Stracquadanio: ‘Per lui ci vuole il trattamento-Boffo’
Le prime pagine del Giornale su Gianfranco Fini e la casa di Montecarlo - Antonello Piroso
Il caso Boffo, ovvero delle "informative" per disinformati
Quell’editoriale di Cicchitto sulle pagine di “Repubblica” - Piero Sansonetti
Lo strano caso del giudice Mesiano - Beppe Grillo
Responssabilità e ricatti - Massimo Giannini
Così colpisce la fabbrica dei dossier al servizio del Cavaliere - Giuseppe D'Avanzo
Marcegaglia-il Giornale, l’audio delle intercettazioni

giovedì 6 maggio 2010

D'Alema e Sallusti (e Scajola)

Aveva ragione D'Alema. Essere un privilegiato a norma di legge è un po' diverso dall'essere un (probabile) corrotto in violazione della legge. Poi, si è arrabbiato un po' troppo, come fosse stato impreparato di fronte a quella prevedibile mascalzonata. Sallusti nel suo ricordo equiparativo, non ha premesso, nè precisato, che le due cose non sono equivalenti. Anzi, ha detto quello che ha detto proprio per far passare un messaggio di equivalenza. Il solito cosifantutti.

All'epoca D'Alema ammise che la sua posizione era inopportuna, tant'è che rinunciò alla sua casa. Non è vero che il passo di D'Alema fu reso necessario dalle polemiche di stampa. Infatti, nessun altro politico lasciò la sua casa. Certo, la scelta di D'Alema corrispondeva ad un calcolo di opportunità. Tuttavia, ammise quel che gli veniva contestato - il fatto di abitare ad equo canone nella casa di un ente pubblico - e vi rinunciò. Con la sua rinuncia chiuse il caso che lo riguardava. Scajola invece, che si è comprato una casa con i soldi di un imprenditore in affari con il ministero degli interni, non ha ammesso un bel niente, si è difeso dicendo assurdità, si è dimesso da ministro solo perchè Berlusconi lo ha mollato, e le sue dimissioni non chiudono il caso.

E' singolare che per opporsi al "moralismo" di D'Alema e metterlo sullo stesso piano di Scajola si punti di fatto sul concetto di peccato, ignorando quello di reato. Il privilegio ha a che fare con la diseguaglianza sociale. Ciascuno di noi, in virtù della sua posizione sociale (i giornalisti no?), gode di privilegi rispetto ad altri. Responsabile di questo è il potere pubblico che omette di regolare e redistribuire equamente l'accesso alle risorse. Una misura di questa diseguaglianza è proprio il fatto che arriviamo a considerare un privilegio l'equo canone. La corruzione ha a che fare con un comportamento personale in violazione di quanto è regolato dal potere pubblico.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra, lo può dire Gesù Cristo, non Sallusti. Tanto più che Gesù Cristo si riferiva ad una lapidazione reale, non all'esercizio di un diritto di critica. Certo che D'Alema non può lui fare il processo ed emettere la sentenza. Ma può dire in televisione quello che pensa, senza perciò venire diffamato. D'Alema ha provato più volte a dare una risposta corretta, ma è stato continuamente interrotto e provocato dal suo "ragionevole" interlocutore. La rabbia di D'Alema è stata comprensibile, perchè gli è stata mossa una accusa falsa (con una generica equiparazione a Scajola) che poteva essere credibile per una parte del pubblico televisivo. Ed è comunque difficile dover contrapporre una spiegazione, un discorso articolato, in un breve spazio di tempo, ad un susseguirsi di provocazioni.

Non discuto di D'Alema. Discuto del confronto tra il caso D'Alema e il caso Scajola. Dell'equivalenza che ha cercato di propinare Sallusti. Se devo discutere singolarmente di D'Alema, il mio giudizio non è positivo. Per dire, quando ci fu il caso delle intercettazioni Unipol, io mi sentivo solidale con Clementina Forleo.

Riferimenti:
D'Alema e Sallusti: Vada a farsi fottere - Ballarò 04/05/2010

venerdì 27 giugno 2008

Intercettazioni telefoniche

Oggi l'Espresso pubblica la notizia e i testi sulle nuove intercettazioni telefoniche delle conversazioni tra Berlusconi e l'ex direttore della Rai, Agostino Saccà. Neanche a dirlo, Chicchito denuncia dai Tg della sera l'imbarbarimento della lotta politica e conferma la giustezza del ddl che limita drasticamente il ricorso e la pubblicazione delle intercettazioni, ricorda la solidarietà con D'Alema e Fassino intercettati sul caso Unipol. Posta la necessità di regolamentare la materia, peraltro già in buona parte regolamentata, mi viene in mente solo il trattamento impazzito di tutto l'argomento, il capovolgimento tra accusa e difesa, l'idea secondo cui il "male" è la pubblicazione delle conversazioni e non l'oggetto delle stesse. Insomma, se il cavaliere e altri personaggi pubblici, parlando al telefono, dicessero cose lecite e morali, quale problema avrebbero ad essere intercettati e a vedersi pubblicati? Ne dovrebbero anzi andare orgogliosi. A me sembra che la sostanza sia tutta qui.