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giovedì 7 ottobre 2010

Geert Wilders a processo per odio razziale

Dovrebbe esistere una distinzione tra la censura morale e politica e quella giuridica. Se una data persona pensa molto male di una credenza fino ad equipararla al nazismo, perchè non dovrebbe essere libero di esprimere questa sua opinione? Stati, partiti, ideologie sono stati paragonati al nazismo. Perchè non una religione?

In linea di principio la penso così, pur considerando che quella equiparazione, anche volendo, non è mai puramente speculativa, perchè il nazismo è al bando dappertutto. Equiparare al nazismo equivale a voler mettere al bando. Chi dice, per esempio, che i comunisti sono come i nazisti, fosse per lui, i comunisti li metterebbe fuorilegge. Tuttavia, qualcuno lo dice e nessuno va sotto processo. Così come non vanno sottoprocesso quei comunisti che equiparano al nazismo i loro avversari, quando succede.

Il fatto è che la dimensione del sacro è meno gestibile di quella del politico. Specie se si innesta su un contesto di convivenze comunitarie separate. In un singolo paese, ma ormai persino nel villaggio globale. Ricordo il ministro Calderoli al Tg1 mostrare la maglietta con la vignetta su Maometto. Provocò manifestazioni di protesta in Libia, represse dalla polizia, con undici morti. Il Ministro dovette dimettersi. In una data situazione, certe "libere opinioni" sono come un fiammifero gettato in una Santa Barbara. Difficile teorizzare il principio giuridico che le vieta, ma è anche molto difficile gestire le conseguenze sociali al loro esprimersi. Resta da vedere se la sanzione giudiziaria dell'islamofobia avrà l'effetto di arginarla o di alimentarla ulteriormente, donandole persino la bandiera della libertà di espressione.

Riferimenti:
L'Islam è come il nazismo
Olanda: il deputato Wilders a processo per istigazione all'odio razziale
Olanda, a processo l'islamofobo Geert Wilders: ''Difendo libertà di espressione''

mercoledì 6 ottobre 2010

Burqa vietato, paternalismo velato


Il burqa e il niqab non mi piacciono. A leggere le proposte di divieto però, quasi quasi mi viene voglia di indossarli. Si tratta in genere di posizioni speculari a quelle degli ayatollah. La differenza tra uno stato laico e democratico e uno fondamentalista non può stare nell'obbligo che impone: 1) Toglilo! 2) Mettilo! Ma nella tutela dei diritti e delle libertà individuali: "Vestiti come ti pare". Più in generale, penso che questa del burqa, sia una inutile e controproducente disputa identitaria, ufficialmente velata dalla tutela della sicurezza e della dignità della donna.

L'obbligo di rendersi riconoscibile va bene. Quando io porto la sciarpa sul viso o il passamontagna, non nego, quando è necessario, di scoprirmi il volto. Questo obbligo già c'è: in Italia, esiste una legge, la 152/1975, che vieta di coprirsi il volto, senza giustificato motivo. Ma c’è anche un pronunciamento del Consiglio di Stato secondo cui una persona può indossare il velo per motivi religiosi, culturali e le esigenze di pubblica sicurezza sono soddisfatte dal divieto di utilizzo in occasione di manifestazioni e dall’obbligo di tale persona di sottoporsi all’identificazione e alla rimozione della copertura. E ciò mi sembra più che sufficiente.

Poi, posso pensare che indossare il burqa è schiavitù. E camminare sui tacchi a spillo una tortura. Ma non posso deciderlo per altre persone. Secondo me, il divieto indiscriminato di indossare un qualsiasi tipo di abbigliamento è inconstituzionale.

L'imposizione del velo integrale e di qualsiasi altra cosa è inaccettabile e va comunque perseguita, senza esitazioni di sorta. Per questo vale, l'art. 610 del codice penale: "Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni. La pena è aumentata se concorrono le condizioni prevedute dall'articolo 339."

Diffido di una impostazione che vuole risolvere il problema mediante il rapporto tra culture differenti. 1) Ogni presunta cultura nel mondo è una realtà pluralista e conflittuale al suo interno. Nessuno è riducibile ad una cultura. 2) In uno stato laico, una cosa è la legge, un altra è la cultura (religione, filosofia, ideologia, etc.). Lo stato laico ti vieta di fare solo ciò che può nuocere al bene altrui e non si interessa dei significati delle tue manifestazioni "culturali". In uno stato laico e democratico siamo tutti cittadini uguali, non siamo padroni e ospiti. L'idea che le nostre leggi non bastino, che si debba fare una legge ad hoc contro il velo integrale, una legge sottoscritta dai rappresentanti dell'altra cultura è in sostanza un patto tra elite che sacrifica i diritti individuali, a favore delle prerogative delle "culture". Questo mi fa pensare che quando entriamo in rapporto con ciò che è diverso e sconosciuto, siamo noi a scoprirci poco integrati con la nostra cultura. Il burqa separa? Anche l'idea di vietare il velo integrale è una cosa che "ci separa". Tra "noi" e "loro", ma soprattutto tra "noi".

Se una donna vuole mettersi il velo integrale, per me deve poterselo mettere. Per me conta solo il suo diritto individuale e non mi importa nulla del fatto che i suoi capi tribù sottoscrivano i divieti dei nostri capi tribù. Esistono anche donne che si mettono il velo per libera scelta. Come ne esistono altre che si mettono tacchi e minigonna solo per dover compiacere il loro uomo o il loro capo. Basti pensare a come deve vestirsi una prostituta e a quanto essa sia realmente libera nella sua scelta di prostituirsi. Ma a nessun paladino della nostra cultura salta in mente di proporre il divieto preventivo di prostituirsi.

Quello che è inaccettabile è che una autorità pretenda di stabilire quando gli altri sono veramente liberi, capaci di intendere e di volere. Se usano la libertà secondo le aspettative dell'autorità illuminata, allora vuol dire che sono veramente liberi, in caso contrario l'autorità gli impone obblighi e divieti, finchè non si evolvono.

Le conseguenze pratiche di un divieto sarebbero del tutto irrilevanti se non controproducenti (alcune donne sarebbero maggiormente costrette a vivere recluse in casa). Come molte dispute simboliche, essa crea un clima di contrapposizione (anche tra "noi"), ma soprattutto una norma di questo tipo costituirebbe un vulnus autoritario e paternalistico nella nostra cultura giuridica.

Il confronto con l'infibulazione è fuorviante. L'infibulazione è una mutilazione fisica dei genitali praticata sulle bambine. Indossare il velo integrale non costituisce una mutilazione fisica, nè necessariamente una qualche forma di mutilazione psicologica inflitta a sé stessa. E le donne musulmane sono persone adulte, non sono bambine. Trattarle come fossero tali, questa sì, è una violenza psicologica. Più pertinente, il confronto con il divieto dei minareti in Svizzera.


Riferimenti:
"La mia opposizione a burqa e niqab" (Intervista a Sofia Ventura)
Ecco gli argomenti anti-velo (che non reggono) - Anna Elisabetta Galeotti
La questione del burqa in Europa - Sara Silvestri
Accessorio hijab - Elisa Pierandrei
Non facciamo di tutti i veli un burqa - Rosy Santella
Luoghi non comuni del mondo musulmano - Flavio Iannelli
Zaccaria (Pd): “Il disegno di legge ‘antiburqa’ è anticostituzionale”

martedì 30 settembre 2008

Colonia, il divieto della manifestazione antislamica

Colonia, contromanifestazione antirazzista
A Colonia, le autorità tedesche hanno vietato una manifestazione anti-islamica, attivamente contrastata dalla mobilitazione delle forze democratiche. In Italia, manifestazioni di questo tipo, sia pure a dimensione locale, si svolgono normalmente. Si pensi alla Lega che invade i terreni adibiti alla costruzione delle moschee, con i maiali. Tali manifestazioni andrebbero vietate? E il divieto entrerebbe in contraddizione con la libertà di espressione? Inibire ai razzisti di manifestare e di manifestarsi è in contraddizione con la democrazia? E' giusto porsi il problema, e porselo ogni volta, ma alla fine la mia risposta è no: le manifestazioni si fanno per i diritti propri, di una parte, di tutti, non contro i diritti di qualcuno. Si possono contestare i privilegi, ma non i diritti. Gli operai scioperano e manifestano per l'aumento dei propri salari. Immaginatevi se scioperassero e manifestassero per chiedere la diminuzione dei redditi o l'aumento delle tasse per i lavoratori autonomi. Se ogni gruppo agisse gli strumenti della partecipazione contro gli altri, sarebbe sempre a rischio la convivenza.

Ci sono diritti che entrano in conflitto con altri diritti. E in quel caso bisogna scegliere, ed è lecito manifestare a favore di una precedenza. In America è un diritto armarsi, tuttavia la pistola può essere uno strumento di difesa, ma anche di minaccia e il diritto a possederne una può violare il diritto alla incolumità e alla vita di altri. Dove circolano più armi, ci sono più omicidi, perciò si manifesta per disarmare. I satanisti non si limitano a pregare. Commettono violenza, uccidono. Perciò, nessuno immagina di fornirgli un luogo dove poterlo fare. Ma la preghiera nelle moschee con tutto questo non c'entra nulla, non fa del male a nessuno, non toglie nulla a nessuno. La laicità non è l'assenza di luoghi di culto, o luoghi di culto per una religione sola. La laicità è libertà religiosa per tutti. Se qualcuno manifesta contro i miei diritti, io voglio poter manifestare contro la sua manifestazione. Se bisogna ammettere ogni manifestazione, allora bisogna ammettere anche le contromanifestazioni ed essere capaci di gestire l'ordine pubblico. Secondo me, ammettere solo le manifestazioni positive, è molto più razionale, salvo diversa valutazione di opportunità.

In fondo, è una contraddizione anche rivendicare la libertà di espressione, per negare la libertà di culto. Eppure la Costituzione riconoscere anche questa libertà, dice che "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali" (art. 3 Cost.) e dice anche che: "Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d'una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività" (art. 20 Cost.). Infatti, se una manifestazione è legittima, allora in linea di principio è anche legittimo soddisfarne la rivendicazione. Se è lecito manifestare contro le moschee, allora è anche lecito chiudere le moschee o inibirne l'edificazione. Ergo: è lecito vietare o limitare per una o più religioni la libertà di culto, la quale è comunque una manifestazione del pensiero, quindi attiene alla libertà di espressione. Se è lecito vietare o limitare la libertà di culto, è lecito vietare o limitare qualsiasi libertà. Anche quella di manifestare. Fissare i limiti della libertà di espressione, è in definitiva una questione politica: dipende dalla scelta di chi si vuole tenere fuori. Io preferisco l'esclusione chi vuole escludere.

domenica 21 settembre 2008

L'allarme antisemitismo di Frattini

Frattini all'Institute AspenAd un convegno dell'Aspen Institute, il ministro degli Esteri Franco Frattini ha lanciato un allarme per la diffusione dell'antisemitismo in Europa, mescolando il pregiudizio antiebraico con il dissenso nei confronti di Israele, preoccupandosi soprattutto di quest'ultimo. Uno studio Usa aggiunge che a crescere in Europa sono anche il pregiudizio e l'ostilità contro l´Islam.

Il fatto è che i razzismi, nella loro diffusione, vanno avanti o indietro tutti insieme. Un razzismo può tirare più di un altro, ma se tira di più, fa semplicemente da traino a tutti gli altri. Lo si può osservare anche nei blog e nei forum. C'è quello fissato contro gli ebrei, quello contro le donne, quello contro gli immigrati, quello contro i gay, quello contro i meridionali. Ma sono ruoli intercambiabili. Per verificarlo, basta chiedere all'antisemita cosa pensa delle femministe o al misogino cosa pensa degli ebrei, e ad entrambi cosa pensano degli extracomunitari. O agli xenofobi cosa pensano del gay pride.

Perciò, Frattini fa bene a lanciare l'allarme sull'antisemitismo, ma dovrebbe associare il suo allarme ad una rigorosa autocritica sulla politica della paura del suo governo, per il senso comune che contribuisce ad alimentare. Perchè funziona così: se metti all'indice un capro espiatorio, i capri espiatori finiscono per essere sempre gli stessi, se fai crescere l'ostilità verso i diversi, tra i diversi, al principio o alla fine, incontri anche gli ebrei.

E dovrebbe inoltre evitare di usare, sia pure in modo implicito, l'antisemitismo come parafulmine contro il dissenso e la critica nei confronti di Israele. So per esperienza, che di questo atteggiamento strumentale, gli antisemiti, quelli veri, sono i primi ad approfittarne. Proprio di recente, ho avuto occasione di ripuntualizzare il mio punto di vista sull'argomento, nel replicare ad un forumista antisemita della Lega Nord, partito alleato del ministro degli Esteri. Come nick usa Padania.

Criticare Israele è antisemitismo? Dipende. Se critichi Israele, vuol dire che per te sbaglia. Commette errori, ingiustizie, crimini. La critica può essere giusta o sbagliata, proporzionata o esagerata, ma fin qui tutto è lecito, poichè ad ogni stato può succedere di essere oggetto di critiche razionali o irrazionali. Le strade tra l'oppositore politico di Israele e il razzista antisemita, si separano, quando ci si pone una domanda, al momento di dare la risposta. Perchè Israele sbaglia? L'oppositore politico troverà la risposta in cause di natura politica: per esempio il colonialismo, la ragion di stato, oppure l'alleanza con gli Usa. L'antisemita troverà la risposta nell'identità ebraica dello Stato d'Israele: gli israeliani sbagliano perchè sono ebrei.