Visualizzazione post con etichetta Rom. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rom. Mostra tutti i post

venerdì 8 ottobre 2010

I Rom non sono nomadi

Un sondaggio online del Sole 24Ore mostra una ampia maggioranza, circa l'80%, solidale con la Francia contro l'Europa, nello scontro relativo all'espulsione dei Rom. Il presidente francese, in calo di consensi per la crisi economica e la sua politica sociale, ha puntato contro i Rom, per risalire la china nei sondaggi. Evidentemente, c'è riuscito conquistando anche i lettori del Sole 24 Ore. Non ho controllato sondaggi analoghi sui siti di altri quotidiani, ma è probabile che gli esiti non siano molto dissimili. In odor di campagna elettorale, Maroni in Italia si appresta ad imitare i colleghi d'Oltrealpe.

I campi nomadi possono naturalmente essere percepiti come un problema per la convivenza civile, ma questo problema è antico e non ha i caratteri dell'emergenza tale da richiedere un provvedimento urgente e indiscriminato. La normativa europea permette l'espulsione di un cittadino comunitario per motivi di sicurezza, ma nel caso di persone sprovviste dei mezzi per sostenersi l'allontanamento non costituisce divieto ad un successivo rientro. I Rom cacciati dalla Francia per essere rimpatriati in Romania faranno probabilmente un viaggio di andata e ritorno. Qualcuno farà tappa in Italia, come teme Alemanno, sindaco di Roma. La giostra degli sgomberi e delle espulsioni permette di ottenere consensi immediati allo sceriffo di turno, ma non risolve il problema, soltanto lo sposta da una casella all'altra, come nel gioco dell'Oca, per poi ritornare sempre alla casella di partenza.

La normativa europea vieta le espulsioni di massa, le deportazioni, i criteri di identificazione etnica per individuare i cittadini da espellere. Una direttiva del ministero degli interni francese rivolta ai prefetti individuava esplicitamente i Rom come oggetto dei provvedimenti espulsivi del governo. Ulteriore aggravante, la Francia ha estorto il consenso della Romania al reimpatrio, con il ricatto di opporre il veto all'adesione di quest'ultima al Trattato di Schengen.

La Francia non è l'unico paese a comportarsi così. Altri agiscono alla chetichella. La Ue denuncia di avere investito 20 miliardi di euro per i Rom, dal 2003 ad oggi, fondi spesi poco e male dai vari governi europei. Ricordo una intervista di un amministratore comunale italiano, il quale diceva che l'integrazione dei Rom è possibile, ma non conviene, perchè costa soldi e non porta voti. In termini elettorali sono molto più redditizi gli sgomberi.

Questa politica lassista nei confronti dei Rom, interrotta di tanto in tanto da picchi emergenzialisti, è corrisposta da una convinzione molto diffusa nell'opinione pubblica: i Rom sono nomadi e i nomadi sono irriducibilmente refrattari alla società sedentaria. Una convinzione condivisa sia da chi disprezza parassitismo, sporcizia e ruberie, sia da chi idealizza la peculiare libertà degli zingari e vuole persino preservarla.

Ma il nomadismo dei Rom non è la causa delle persecuzioni, delle discriminazioni, degli sgomberi, della mancata integrazione. Ne è, al contrario, l'effetto. I Rom non sono nomadi per natura o per cultura, ma sono costretti ad esserlo da chi non è disposto a fare nulla per integrarli. I Rom dell'est europeo emigrati dalla Romania o fuggiti dalle guerre balcaniche, in larga maggioranza vivevano in case, andavano a scuola e avevano un lavoro. Giunti ai nostri uffici stranieri per chiedere una sistemazione adeguata, si sono sentiti rispondere di appoggiarsi ai campi nomadi già esistenti. Anche in Italia, il 40% dei Rom vive in una casa e la grande maggioranza dei seminomadi sogna una vita stabile e sedentaria. Ma il ministro Maroni rassicura la sua base: per i Rom sgomberati a Milano, niente case popolari.

Opera Nomadi

(...) lo smantellamento dei campi nomadi, l'unica via per una piena integrazione. Massimo Converso ricorda che "moltissimi rom romeni e bulgari sono entrati silenziosamente in case in affitto, grazie ai soldi che guadagnano lavorando. Sono in case in affitto, non popolari. Di loro non parla nessuno perché l'integrazione c'è già stata". E smentisce l'accusa di essere responsabile dell'equazione "rom uguale nomade": "Abbiamo certificato che oggi sono solo tre i gruppi che vivono in condizioni di seminomadismo: sono i rom kalderasha, i sinti giostrai e i camminanti siciliani. Opera nomadi non ha cambiato nome perché è un ente morale, e quando è nato, nel '63, in Italia i rom erano quasi tutti nomadi".
4 settembre 2010 - www.repubblica.it


Riferimenti:
Rom bastardo: inchiesta su razzismo in Italia - Parte 1 di 3
Rom bastardo: inchiesta su razzismo in Italia - Parte 2 di 3
Rom bastardo: inchiesta su razzismo in Italia - Parte 3 di 3
Perché i rom sono nomadi?
Nomadi sarete voi
Bruxelles e la paura del contagio. "Fermiamo l'asse Francia-Italia"
I nemici del diritto europeo
Rom, questione comune
"In Romania non c'è futuro basta con le discriminazioni"
Il dirottamento di una nazione
Sulle deportazioni dei Rom dalla Francia. Oltre la cittadinanza comunitaria
Duri o buonisti l'equivoco sui rom
Rom, l’Economist: «I ‘pionieri’ delle deportazioni sono stati gli italiani»
Altro che zingari
Neppure noi vogliamo campi rom
«I cani, le urla e poi il silenzio: quella notte, ad Auschwitz, quando uccisero tutti i rom»

martedì 5 ottobre 2010

L'integrazione degli zingari



Una parte delle autorità e dell’opinione pubblica sostiene che gli zingari nomadi non possono o non vogliono integrarsi nella nostra società sedentaria. La loro presenza non integrata è un problema. L’unica soluzione è negargli il permesso di restare con noi e cacciarli via.

Non ho dati recenti, ma sul finire degli anni '90 si calcolava che la frequenza scolastica media dei bambini zingari in Europa raggiungesse il 50% dei minori in età dell'obbligo, mentre in Italia si aggirava tra il 20 e il 30.%. Credo che oggi la situazione sia persino un po' migliorata. Questi dati dimostrano che molti zingari sono disponibili ad integrarsi. Un esempio importante è l'Ungheria. Un terzo della popolazione è zingara. A Budapest è zingaro un abitante su dieci. E non si tratta certo di persone che vivono nei campi nomadi o ai margini della società. Vanno a scuola, lavorano, vivono in appartamenti. Bisogna allora evitare le generalizzazioni. La maggioranza dei casi forse dà ragione (qui in Italia) a chi non crede nella possibilità di integrazione, ma la minoranza e l'esperienza di altri paesi, ci indica che esiste anche un'altra possibilità rispetto a ciò che molti di noi credono universale e inevitabile.

Quando parliamo di integrazione, dovremmo inoltre capire meglio di cosa parliamo, cosa vogliamo. Come ce le immaginiamo le persone disponibili ad integrarsi? Se ne facciamo il ritratto sospetto che ne venga fuori una persona già bella e integrata. E noi, come società autoctona, siamo ben integrati, con i nostri elevati livelli di abbandono scolastico, i nostri sfratti, la nostra disoccupazione, i nostri tossicodipendenti, le nostre fobie e nevrosi? Chissà che affrontando il tema dell'integrazione degli altri, non riusciamo ad integrare meglio anche noi stessi.

* * *

Se esiste una minoranza di zingari disponibile all'integrazione o già integrata, nulla vieta che questa componente possa ulteriormente ampliarsi. Questo poi, è solo un aspetto della questione. Bisogna inoltre vedere quanti e quali stati, a quale livello, abbiano effettivamente perseguito l'obiettivo dell'integrazione e con quali politiche. Vediamo che i dati sono diversi da stato a stato e che l'Italia in materia non è la prima della classe. I problemi possono essere anche opportunità.

Non esiste una parte del mondo in cui siano relegabili i nomadi. Cosa vuol dire "negargli il permesso di stare qui"? Spostarli da un'altra parte dove qualcun altro vorrà negargli lo stesso permesso. A cosa serve allontanare un campo nomadi verso il comune a sud, quando poi me ne ritrovo due, perchè il comune a nord a me confinante ha fatto la stessa cosa a mio danno? La reazione immediata per il risultato immediato, mi pare sia lo scavare una buca per coprirne un'altra.

Le esperienze sono tutte vere. Anche a me è successo di avere la casa scassinata dagli zingari e di subire un paio di scippi in centro. Però, mi è anche successo di fare amicizia con alcuni di loro e di ricevere aiuto, durante i turni notturni di vigilanza alla Festa dell'Unità e poi di Liberazione. Per mia suocera, l'esperienza con gli zingari è soprattutto quella degli allievi della sua scuola. Non pretendo affatto di contrapporre una generalizzazione positiva ad una generalizzazione negativa. Anzi, vorrei superare le generalizzazioni.

* * *

In un articolo di Giovanna Zincone, si pongono alcuni problemi. Uno in particolare: la trasformazione della nostra economia si è resa del tutto incompatibile con la loro, dando luogo ad un modello sempre meno attraente per gli altri e, forse, anche per noi stessi. L'evoluzione del nostro mondo ha tolto ogni spazio al loro, senza però diventare per loro più attraente. Di qui la difficoltà dell'integrazione. D'altra parte, da dove può cominciare una riflessione sull'integrazione se non dal modo di essere del modello integrante?

Il principio di integrazione che abbiamo in testa cosa implica? Che il nostro modo di essere costituisce il modello superiore, il progresso, il punto di arrivo più avanzato dell'umanità. Gli altri, se non sono sbagliati, sono per lo meno arretrati. Cosa è l'integrazione degli arretrati? Avanzare fino a raggiungergi, rimanendo appena un po' indietro, avere l'ambizione e l'orgoglio di diventare le nostre retrovie. Un tempo questa idea era condivisa anche dagli altri, perciò sembrava funzionare. Oggi, un po' meno. Qui è il problema culturale, si potrebbe dire, di "egemonia".

D'altra parte, noi non viviamo il senso di alcun missione civilizzatrice. Non vogliamo affatto condividere il nostro modello, i nostri principi, il nostro benessere, con gli "arretrati". Al contrario, pensiamo che l'avanzata degli arretrati, la loro integrazione, metta a repentaglio quel che è nostro, perchè ce n'è appena per noi. Se tutti gli zingari ci dicessero: "Bene, ci avete convinto, vogliamo vivere come voi, avere una casa come la vostra (magari nel vostro condominio), un lavoro, come il vostro, la vostra scuola (per essere compagni di banco dei vostri figli), la vostra previdenza, la vostra assistenza sanitaria, la vostra democrazia, il vostro diritto di voto". Noi cosa risponderemmo? "Benvenuti cari, era ora, è da tanto che vi stiamo aspettando"? E’ questa la nostra speranza e aspettativa? O preferiamo sancire che gli zingari sono stronzi, con noi non hanno nulla a che fare e... stop? Stop, perchè impostato così il problema non ha soluzione, salvo i campi di concetramento.

* * *

Questa è la nostra idea di integrazione: il fatto che gli altri si adeguino a noi, perchè noi siamo meglio. Se ritenessimo di essere peggio, sorgerebbe tra noi un movimento che propone l'inverso. Talvolta succede, pur rimanendo nell'ambito del nostro mondo, come quando citiamo a modello altri paesi (l'America, l'Urss, la Scandinavia, etc.)

Noi non giudichiamo mai la nostra comunità. Al limite giudichiamo i nostri personaggi pubblici, i nostri partiti, i nostri stati, le nostre organizzazioni. Già l'idea che "noi" siamo una comunità è abbastanza estranea ai nostri principi. Quando parliamo di "noi" e "loro" fuoriusciamo dai nostri principi ed entriamo in una dimensione tribale.

Vanno condannati la diseguaglianza, il patriarcato, lo sfruttamento dei minori, ogni reato, non importa chi lo pratica. L'essere minoranza non ti giustifica, ma qui il paradigma è rovesciato: l'essere minoranza ti condanna. Anche se non hai fatto nulla, per il solo fatto di essere assimilabile a chi ha fatto qualcosa.

I pregiudizi si fanno largo quando nella società si avverte il bisogno di un capro espiatorio, in risposta ad un disagio di insicurezza sociale (perchè non c'è lavoro, il salario non basta, la casa è un miraggio o il luogo di attesa di uno sfratto, perchè il futuro, si immagina, peggio del presente).

Se i problemi si identificano con le comunità, l'impostazione del problema è tale da non avere soluzione. Si può solo eliminare la comunità con un genocidio oppure segregarla in campi di concentramento o bantustan, cosa che mal si concilierebbe con i nostri principi, almeno in casa nostra. Perciò da una decina d'anni, gli amministratori che affrontano il problema, si accontentano di sgomberare i campi, scambiandosi i rom da un comune all'altro. Un modo di affrontare i problemi che li riproduce, li aggrava, o per ben che vada, li lascia come sono.

(Sett - Ott, 2007)

domenica 6 luglio 2008

Quel censimento etnico di settant'anni fa

Vi segnalo un bell'articolo di Gad Lerner: "Quel censimento etnico di settant'anni fa", dove tra le altre cose si scrive: «Un'insinuazione offensiva, la mia? Lo riconosco. Nessun leader politico italiano si dice favorevole alla "soluzione finale". Ma la deroga governativa al principio universalistico dei diritti di cittadinanza, sostenuta da giornali che esibiscono un linguaggio degno de "La Difesa della razza", aprono un varco all´inciviltà futura». Sono perfettamente d'accordo. Se volessi verificare la rassomiglianza di un neonato con i suoi genitori, più che fare il confronto con mamma e papà adulto, dovrei ricercare le loro immagini di neonati. Allora si, la rassomiglianza sarebbe evidente. Lo sterminio, le deportazioni, i pogrom, sono il frutto maturo del razzismo, non il suo embrione, il suo seme. Il confronto va fatto seme con seme, quel che viene seminato oggi, con quel che fu seminato molto tempo fa, prima del raccolto tragico della persecuzione razziale. Questo governo, le forze politiche che ne fanno parte, l'opinione pubblica che lo sostiene possono anche rifiutare indignati (fino a che punto poi?) l'accusa di essere malati di razzismo, e magari davvero questa malattia non ce l'hanno. Ma il loro sistema immunitario antirazzista dov'é, in cosa consiste, quali anticorpi mostrano in quel che pensano, dicono e fanno?

giovedì 3 luglio 2008

Censimento all'italiana per salvarsi in corner

L'unico modo per sfuggire all'accusa di razzismo è individuare l'insieme delle persone che si vogliono censire (o schedare, con o senza il prelievo di impronte) avendo come criterio, non una appartenenza etnica, ma l'appartenenza ad una condizione. Esempio: schedare tutte le persone senza fissa dimora. Maroni, durante il question time e dopo l'intervento del commissario UE Vladimir Spidla, ha detto qualcosa di simile, almeno secondo quanto riporta "Repubblica". ''Abbiamo incaricato i prefetti di Roma, Napoli e Milano - ha spiegato il titolare del Viminale - per programmare l'azione di censimento dei minori nei campi nomadi, non solo dei rom, ma di tutti coloro che vivono nei campi, italiani e extracomunitari, per vedere chi c'è e chi ha diritto di rimanere. Insomma, un tentativo di salvarsi in corner.

Sempre da Repubblica (2.07.2008), la cronaca dell'operazione impronte a Napoli, riassume molto bene, nelle dichiarazioni di un ragazzo nomade, la filosofia del censimento del governo.

Tra i nomadi per l’operazione impronte “Niente paura, è un censimento all’italiana”; Clima rilassato a Napoli, fra rom e polizia. Rilassato e anche di più. Basta ascoltare Nenat, 27 anni, da 17 in Italia: è «il solito censimentello all’italiana... C’è un vento politico per cui noi nomadi siamo un problema, e per mettere a tacere l’opinione pubblica ci schedano. Noi li assecondiamo, perché non ci conviene creare un clima di tensione. Tra qualche mese tanto sarà passato tutto. Voi italiani avrete il vostro bel censimento e noi la solita vita. Servisse davvero a qualcosa sarei il primo a dare le impronte digitali dei miei bambini, anche della piccola, ma tanto è tutto inutile».